Storia

Lezioni della sconfitta: Cause oggettive dell’isolamento e della controrivoluzione - Parte II

Nella prima parte del nostro saggio storico abbiamo analizzato le dure condizioni materiali in cui si trovò la rivoluzione isolata in Russia: la devastazione totale, il collasso dell’industria, le rivolte contadine e l’enorme pressione dell’elemento spontaneo piccolo-borghese. La catastrofe economica, tuttavia, costituiva soltanto la base della tragedia che si stava sviluppando. Le condizioni oggettive insormontabili colpirono direttamente la classe egemone della rivoluzione e la sua avanguardia di partito, alterandone la natura.

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PARTE II. LA DEGENERAZIONE DEL PARTITO

Declassamento del proletariato e finzione della vita di partito a livello locale

Come abbiamo mostrato in precedenza, la catastrofe socioeconomica abbattutasi sul paese colpì direttamente la classe egemone della rivoluzione, provocandone una rapida disgregazione sociale.

L’isolamento dell’avanguardia comunista era assoluto. Alla XIV Conferenza provinciale del partito di Vjatka (1924) si constatava che «in 80 volost’1 su 239 non vi erano cellule comuniste»2.

La situazione era aggravata dal fatto che i pochi operai industriali rimasti nella gubernija3 erano indissolubilmente legati alla campagna e non possedevano una coscienza di classe proletaria. Lo storico Jurij Timkin riporta fatti eloquenti: i proletari di Vjatka erano per lo più operai delle manifatture prerivoluzionarie che «nel periodo primaverile-autunnale… tornavano alle loro aziende agricole contadine, mentre le imprese sospendevano temporaneamente l’attività». Si trattava di «operai-semicontadini abbrutiti, per lo più analfabeti o semianalfabeti»4. Nel 1923, l’istruttore responsabile del Comitato centrale (CC) del partito, D. I. Šorochov, descrisse gli operai delle concerie locali come «un guazzabuglio: non si capisce se siano operai o contadini». Nell’autunno del 1921, in uno dei distretti di Vjatka, il 99 % di mille operai risultava ancora appartenere, per status sociale, alla categoria dei contadini.

L’arretratezza patriarcale dettava le proprie forme di vita politica e sociale. I capoluoghi di uezd5 della gubernija (Jaransk, Uržum, Orlov) conservavano un aspetto tale che, secondo le parole di Timkin, «non esistono le condizioni oggettive per creare organizzazioni proletarie sostenute dalla maggioranza della popolazione». La gubernija di Vjatka, con il suo insignificante tasso di urbanizzazione, pari a circa il 4 %, non disponeva della base sociale necessaria. Nel 1923, G. A. Krovickij, responsabile del dipartimento organizzativo del comitato provinciale, rimase sbalordito dall’atmosfera piccolo-borghese di una città distrettuale: «Orlov offre l’immagine di un tranquillo e antico borgo della Russia patriarcale… A uno è arrivata la suocera e deve intrattenersi con lei, un altro sta preparando i bliny6, e perciò bisogna concludere la riunione il più presto possibile, oppure non andarci affatto»7.

In simili condizioni, il carattere interamente agrario della regione e il declassamento del proletariato rendevano la stessa discussione del 1923 sulla “democrazia interna al partito” profondamente avulsa dalla realtà. Come osservava lo storico V. Bakulin, qui «la situazione appariva ancora più deplorevole, senza favorire affatto una discussione proficua di complessi problemi teorici»8.

Nella pratica, la “vita di partito” era una finzione. Il segretario del comitato distrettuale del PCR(b), Solonicin, ammetteva apertamente: «In quasi ogni cellula tutto il lavoro grava su due o tre militanti attivi, mentre gli altri […] non partecipano al lavoro di partito»9. Il resto dei membri veniva così ridotto a una massa di comparse docili, chiamata a votare a comando. A ogni comunista corrispondevano migliaia di abitanti: se nel uezd industriale di Lys’va, nella regione degli Urali, vi erano 140 membri del partito ogni 3.000 operai, nel uezd agrario di Uržum, con una popolazione di 155.000 abitanti, gli iscritti al PCR(b) erano appena 200.

Parallelamente alla disgregazione delle organizzazioni locali si sviluppava un processo catastrofico: l’estinzione dei Soviet come organi indipendenti del potere di classe. Se nel 1917 i Soviet rappresentavano organi vivi e multipartitici del potere operaio diretto, già alla fine della Guerra civile si erano trasformati in un’appendice tecnica. Il centro decisionale si era definitivamente trasferito nei comitati di partito, che avevano usurpato le funzioni dell’amministrazione statale. La fusione tra partito e Stato privò la classe operaia del suo principale strumento politico per ampliare la creatività cosciente delle masse proletarie.

La situazione nella gubernija di Vjatka non costituiva un’eccezione. I dati d’archivio relativi alla gubernija di Tambov, epicentro della famosa rivolta contadina, delineano lo stesso quadro di assoluta debolezza proletaria e predominio piccolo-borghese. Prima della Rivoluzione d’Ottobre, in quella regione non esistevano affatto tradizioni bolsceviche. Durante la Guerra civile, l’organizzazione di partito crebbe artificialmente, attraverso un reclutamento burocratico: se nell’ottobre del 1919 si contavano 3.954 comunisti, nell’estate del 1920 erano diventati 13.000. Due terzi di essi erano persone ammesse frettolosamente durante le massicce “settimane del partito” e prive di esperienza politica.

La qualità di questa “avanguardia” era deprimente. In un rapporto del giugno 1920 relativo al uezd di Sampur si constatava: «In tutto il uezd vi sono 7 cellule del PCR(b). I membri sono complessivamente 90, di cui i militanti attivi sono al massimo 10–11… Il 50 % dei compagni è analfabeta e, se sa leggere, lo fa sillabando; a malapena riesce a firmare»10.

La situazione non era migliore nel Sud della Russia. In regioni come il Donbass, dove la classe operaia era concentrata in grandi centri, l’antagonismo di classe assumeva forme acute. L’ampliamento della “forbice dei prezzi” tra campagna e città e il movimento degli scioperi operai – nel Donbass, entro il 1923, il numero degli scioperanti era decuplicato, raggiungendo le 89.500 unità – divennero premesse oggettive per lo sviluppo di sentimenti di opposizione. Mentre l’apparato di partito discuteva dell’“esportazione della rivoluzione” in Germania, obbligava contemporaneamente i comunisti a denunciare all’OGPU qualsiasi manifestazione di gruppi “antipartito”.

Lenin indicava chiaramente che le radici economici «del nostro burocratismo» in Russia erano «il frazionamento, la dispersione del piccolo produttore, la sua miseria, la sua incultura, l’insufficienza di strade, l’ignoranza»11. I bolscevichi si ritrovarono in trappola: cercavano di cominciare a costruire il socialismo con le mani dei comunisti, che erano soltanto una goccia in un mare contadino. Da qui derivava l’idea leniniana di costruire la base economica del socialismo – cioè sviluppare il capitalismo – con mani altrui: quelle degli stessi specialisti borghesi e dei proprietari privati, ossia di coloro che, in fondo, erano sempre stati al timone di quel processo di sviluppo capitalistico. Il capitale privato non era affatto scomparso negli anni trascorsi dalla Rivoluzione d’Ottobre: con la NEP si era semplicemente proceduto alla sua legalizzazione.

Burocratizzazione del partito e cristallizzazione della classe borghese

L’esaurimento fisico e la degradazione politica dell’avanguardia proletaria a livello locale crearono un vuoto che venne inevitabilmente colmato da una nuova forza: l’apparato statale e di partito, che agiva secondo interessi radicalmente diversi da quelli della classe operaia. Parallelamente mutava anche la composizione sociale del partito bolscevico.

Da organizzazione di rivoluzionari di professione, il partito si stava rapidamente trasformando in un meccanismo che svolgeva le funzioni oggettive dell’accumulazione del capitale.

Degenerazione della composizione dei quadri

Alla fine della sua vita, Lenin ammise con amarezza che l’apparato statale era stato in gran parte «ereditato dallo zarismo e che è stato appena appena ricoperto di uno strato di vernice sovietica». Avvertì esplicitamente che tale apparato era intrinsecamente «estraneo» al proletariato e rappresentava un «filisteismo borghese e zarista». Lenin temeva che, nelle condizioni di devastazione economica e in assenza del sostegno della rivoluzione mondiale, una «percentuale insignificante» di operai d’avanguardia letteralmente «affogherà in questa marmaglia sciovinista grande russa»12. Nel vero uomo russo – un furfante e un violento che si nascondeva sotto la maschera del funzionario “sovietico” – Lenin vedeva la principale minaccia all’internazionalismo proletario.

Questa metamorfosi veniva osservata con crescente disgusto dai vecchi membri del partito e dai giovani rivoluzionari, il cui istinto di classe riconosceva i processi controrivoluzionari. I. M. Pavlov, diplomato alla Rabfak13 dell’Università di Mosca, ricordava: «Vidi come, dopo la fine della Guerra civile, una genia di piccoli funzionari si precipitò verso la torta dello Stato, spingendo via i veri rappresentanti del popolo. Vidi la lotta crudele per il potere e l’influenza di elementi privi di ideali e depravati negli apparati di partito e dello Stato»14.

I. A. Jur’ev, studente dell’Istituto di istruzione extrascolastica, descrisse con estrema precisione il meccanismo di degenerazione del partito: «Noi, in quanto militanti della base comunista, abbiamo doveri ma non diritti. Le continue intimidazioni dall’alto e lo speculare sulle parole “disciplina di partito” e “Lenin ha detto” trasformano il nostro partito in una casta… La risoluzione dell’organizzazione di Pietrogrado è la risoluzione di funzionari, non dei membri di base del partito»15. Il feticcio della disciplina formale veniva utilizzato per reprimere la critica proletaria.

Un catalizzatore fondamentale di questo processo fu la profonda militarizzazione della cultura di partito. Durante gli anni della feroce Guerra civile, il partito aveva assimilato i metodi di comando e di amministrazione dell’esercito: obbedienza incondizionata, ordini dall’alto verso il basso, rigida centralizzazione e fucilazioni per la mancata esecuzione dei compiti. Come confermano le ricerche storiche contemporanee, questa psicologia “da fronte” si trasferì integralmente alla costruzione civile. L’apparato di partito disimparò a convincere le masse, abituandosi definitivamente a comandarle. La pratica di nominare dall’alto i segretari dei comitati, anziché farli eleggere dalla base, divenne la norma, distruggendo il meccanismo di controllo democratico interno al partito.

Allo stesso tempo, l’apparato statale assorbiva volentieri arrivisti senza scrupoli. Lo storico N. I. Karpov, iscritto al partito dal 1917, testimoniò durante un interrogatorio presso la Commissione di controllo che già nel 1923 aveva «notato una certa freddezza: si stava creando uno strato che cominciava ad allontanarsi dal lavoro militante di massa, e faceva la sua comparsa un certo carrierismo». I vecchi bolscevichi provavano un odio particolare per i transfughi politici provenienti da partiti ostili, che, per fare carriera, difendevano «con la bava alla bocca»16 la linea generale del CC. Nel tentativo di combattere questa decomposizione e superare il distacco del partito dal proletariato, Karpov rinunciò ad alti incarichi amministrativi e andò volontariamente a lavorare in una cellula di base dello stabilimento “Krasnyj Putilovec”. Ma quelli come lui erano ben pochi.

I bolscevichi di principio erano perfettamente consapevoli di questa catastrofica degenerazione. Durante un’assemblea nel uezd di Sovetsk, nella gubernija di Vjatka, alla fine del 1923, il bolscevico S. Čerepanov lanciò apertamente un’accusa all’apparato: «Tutti gli operai comunisti occupano posizioni amministrative di responsabilità, e il loro stesso ingresso nel PCR può essere spiegato con il desiderio di ottenere un incarico di prestigio». E trasse la conclusione: «Bisognava quindi rinunciare al sistema delle nomine dall’alto»17.

Sullo sfondo della crescita esplosiva della burocrazia, il nucleo autenticamente proletario del partito bolscevico si dissolveva a vista d’occhio. Dal momento in cui il potere bolscevico si consolidò, le file del partito iniziarono ad allargarsi rapidamente, e questo processo non rifletteva affatto una crescita della coscienza comunista nelle masse proletarie. Se al momento del rovesciamento dell’autocrazia, nel febbraio del 1917, i bolscevichi erano soltanto 23.600, nell’aprile del 1920 erano saliti a 612.000 e all’inizio del 1928 il partito contava ormai quasi 1,4 milioni di iscritti.

Che cosa spingeva queste masse di nuovi “comunisti”? Gli storici, basandosi sui documenti d’archivio, constatano una dura realtà materiale: «L’assegnazione di alloggi, le razioni alimentari maggiorate, l’accesso prioritario ai beni industriali e, soprattutto, la via più breve verso le strutture del potere e le posizioni dirigenziali nelle istituzioni statali e pubbliche costituivano incentivi allettanti per un’ampia cerchia di persone diverse: dagli avventurieri e dagli arrivisti fino ai volgari materialisti»18. Per molti, la tessera del partito divenne una cambiale per ottenere una quota del plusvalore.

A livello di base, il processo di cristallizzazione dello strato sociale che personificava il capitale assumeva forme estremamente deformi. Privo del sostegno di un proletariato industriale cosciente, l’apparato attirava al proprio interno elementi declassati e opportunisti dichiarati. Nel rapporto del comitato distrettuale di Orlov del 1920 si affermava esplicitamente: «I membri delle cellule di volost’, iscrittisi nel 1919 e nel 1920, non hanno assolutamente alcuna preparazione, non conoscono il programma del PCR e non hanno la minima idea del comunismo in generale»19.

Alla conferenza di partito nel uezd di Malmyž, nel 1919, un delegato ammise apertamente che, dopo la dichiarazione della mobilitazione per il fronte, la cellula si era dispersa: «Molti facevano parte della cellula soltanto per ottenere una pelliccia e dei valenki20 …»21.

Spesso i membri delle cellule di base del partito si trasformavano in comuni banditi. Per esempio, la cellula della volost’ di Toktaj-Beljak fu sciolta e nei confronti dei suoi membri furono avviati procedimenti penali per «vari reati: furti, violenze e omicidi a scopo di rapina»22. Nella gubernija di Vjatka, i rapporti registravano che «molti funzionari responsabili erano stati sorpresi a ubriacarsi, a speculare e a procurarsi beni e risorse».

L’attività politica nelle volost’ si arrestò completamente: «Nelle riunioni di partito, convocate una o due volte al mese, si discutono esclusivamente questioni materiali»23. La documentazione degli organi di partito divenne una finzione. I dirigenti si lamentavano del fatto che i rapporti locali fossero «una serie di congetture che non riflettono il lavoro svolto»24. Molte cellule erano composte da “anime morte”: nel uezd di Malmyž e in uno dei distretti di Vjatka, esse costituivano la metà degli iscritti.

Il marciume burocratico alimentava infinite beghe di apparato e regolamenti di conti personali. Basti ricordare il caso del uezd di Slobodskoj, dove il membro del partito I. Derišev “epurò dal partito” gli amici di K. Dubov, incaricato dell’approvvigionamento di legname. Ma non appena Dubov divenne capo del comitato distrettuale, si vendicò immediatamente, ottenendo l’espulsione dello stesso Derišev. Di conseguenza, tra il 1922 e il 1924, intere organizzazioni distrettuali – Nolinsk, Omutninsk, Orlov e altre – subirono una «decomposizione totale»25 e furono ufficialmente sciolte.

Un quadro completo del degrado morale delle cellule di base del partito è fornito dai materiali della gubernija di Vladimir. Nei rapporti ufficiali del comitato provinciale, i motivi di espulsione dal partito non erano divergenze ideologiche, bensì reati comuni e degenerazione morale: «furto, corruzione, diserzione, convinzioni religiose, insubordinazione alla disciplina di partito, abuso d’ufficio, egoismo meschino, assenteismo alle riunioni, percosse al padre, ecc.»26.

L’ignoranza politica di questa massa di iscritti assumeva un carattere davvero caricaturale. Nel corso delle ispezioni emergeva che «alcuni comunisti consideravano Zubatov un rivoluzionario, Sverdlov un insegnante dei corsi Sverdlov e Chalturin il direttore del Comintern. Non tutti sapevano quando fossero avvenute le rivoluzioni di febbraio e di ottobre, e un membro del partito contava fino a cinque Internazionali»27.

Consolidamento del potere dell’apparato statale

Nel tentativo di riportare l’ordine in questa sfrenata licenza degli ignoranti e semidelinquenziale, i vertici del partito passarono definitivamente ai metodi del diktat burocratico, abolendo gli ultimi residui di elettività e di democrazia proletaria.

I sintomi di questa catastrofica impasse erano stati constatati da Lenin già all’VIII Congresso del partito, nel marzo del 1919. In netto contrasto con il suo precedente ottimismo, egli ammise:

«I burocrati zaristi sono passati a poco a poco nelle istituzioni sovietiche in cui diffondono il burocratismo; si travestono da comunisti e per una migliore riuscita della loro carriera si procurano la tessera del PCR. Cosi, dopo essere stati scacciati dalla porta, rientrano dalla finestra! In questo campo si risente soprattutto la mancanza di elementi colti. Questi burocrati si potrebbero destituire, ma rieducarli subito e impossibile. Dinanzi a noi sorgono prima di tutto compiti di organizzazione, di cultura e di educazione. Combattere fino in fondo il burocratismo, combatterlo fino alla completa vittoria, e possibile unicamente se tutta la popolazione partecipa all’amministrazione. Nelle repubbliche borghesi questo non soltanto sarebbe impossibile: le legge stessa lo impedisce. Le migliori repubbliche borghesi, anche le più democratiche, hanno migliaia di pastoie legislative che impediscono ai lavoratori di partecipare all’amministrazione. Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma finora non abbiamo ancora ottenuto che le masse lavoratrici possano partecipare all’amministrazione. Oltre alla legge, c’è anche il livello culturale, che non si può sottomettere a nessuna legge. Questo basso livello di cultura fa sì che i soviet, i quali, secondo il loro programma sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori_, siano in realtà l’organo del governo_ per i lavoratori_, esercitato dallo strato d’avanguardia del proletariato, ma non dalle masse lavoratrici. Abbiamo dinanzi a noi un compito, che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di educazione. Oggi questo compito e estremamente difficile per noi perché, come ho avuto occasione di indicare più volte, lo strato degli operai che governano è eccessivamente, incredibilmente sottile. Dobbiamo ricevere dei rinforzi»28._

Nel 1922 Lenin fu costretto ad ammettere: «Non v’è dubbio che nel momento attuale il nostro partito è insufficientemente proletario per la sua composizione». Durante la guerra, nelle fabbriche erano affluiti elementi che cercavano di sottrarsi al fronte e, dopo l’Ottobre, era nata una gigantesca «tentazione» di entrare nel partito al potere. Lenin osservava con preoccupazione che «il pubblico»29 estraneo alla psicologia proletaria cercava di entrare nel partito per fare carriera. Constatava che la politica proletaria del partito, in quel momento, non era determinata dalla sua composizione reale, bensì «dall’autorità immensa e intatta di quel ridottissimo strato che si può definire la vecchia guardia del partito»30. Lenin avvertiva esplicitamente che sarebbe bastata una piccola lotta intestina all’interno di questo strato per minarne l’autorità; a quel punto, le decisioni sarebbero dipese da elementi estranei che avevano invaso l’apparato.

Il 27 luglio 1921 fu pubblicato l’appello del CC del PCR(b) “Sull’epurazione del partito”, che esigeva un livello di unità tale «che il nostro partito sia, più che in qualsiasi altro momento, fuso in un unico blocco»31. All’inizio del 1921 il numero complessivo degli iscritti al PCR(b) aveva raggiunto i 700.000; nel corso dell’epurazione dichiarata, circa il 24 % dei membri – oltre 150.000 persone – fu espulso. All’epoca, la stragrande maggioranza di essi non venne espulsa per deviazioni ideologiche, bensì per passività, egoismo meschino, carrierismo, corruzione e abuso d’ufficio.

Consapevole della minaccia, alla fine della sua vita Lenin chiese di inasprire i requisiti per i candidati, prolungare il periodo di candidatura e procedere a un’effettiva epurazione, cioè a una riduzione del numero degli iscritti, per liberare il partito da coloro che «non sono affatto»32 comunisti_._ Ma queste misure arrivarono troppo tardi: già allora l’apparato era «fuso in un unico blocco», non nel senso della purezza rivoluzionaria, bensì in quello della monoliticità burocratica necessaria a reprimere qualsiasi dissenso.

Questa famigerata “monoliticità” veniva sempre più spesso raggiunta non attraverso l’educazione ideologica, ma mediante un durissimo diktat amministrativo. A. P. Balašov, collaboratore della Segreteria del CC, ammetteva che nel 1922–1923 il centro era costretto a governare attraverso ordini secchi, «poiché si rivolgeva a persone perlopiù semianalfabete, che spesso non capivano nemmeno di che cosa si parlasse in quelle risoluzioni e che, di conseguenza, avevano bisogno di spiegazioni e direttive concrete»33.

Una massa ignorante, politicamente cieca e desiderosa di privilegi divenne il solido fondamento su cui si appoggiò il nascente apparato del CC staliniano. Oltre agli elementi marginali urbani, una potente base sociale dello stalinismo fu costituita dalla gioventù rurale. Secondo il censimento del 1926, il 67 % dei contadini aveva meno di 30 anni e rappresentava una parte considerevole della popolazione del paese. Per questi giovani, gli imminenti processi di “collettivizzazione” e industrializzazione rappresentarono un gigantesco trampolino di lancio sociale, che permetteva loro di sfuggire alla povertà patriarcale.

Al contempo, l’afflusso di persone provenienti dalle campagne diluiva la composizione proletaria del partito. La “leva leninista” del 1924 e i successivi reclutamenti di massa fecero sì che, all’inizio del 1927, il 61,8 % dei membri si fosse iscritto al partito non prima del 1922, cioè già nelle condizioni della NEP.

In seguito, la controrivoluzione ormai consolidata distrusse quasi completamente la dirigenza rivoluzionaria, che rappresentava evidentemente il pericolo maggiore per essa. Le dimensioni delle fucilazioni dei membri del CC rivoluzionario, il massimo organo dirigente del partito, sono ben note e non ci soffermeremo su questo punto. Ma qual era la situazione nello strato più ampio dei quadri dirigenti del partito? Nel marzo del 1939, dopo che Stalin aveva condotto il devastante Grande Terrore, la percentuale dei segretari dei comitati regionali e provinciali e dei CC dei partiti comunisti nazionali che si erano iscritti al partito entro il 1917 compreso, era scesa a un insignificante 3 % del totale, mentre nel febbraio del 1937 era ancora del 38,6 %.

Questo solo fatto attesta la natura di classe borghese dello stalinismo molto più eloquentemente di qualsiasi disquisizione astratta di economia politica. Un simile fenomeno è del tutto inspiegabile se si accetta la tesi secondo cui la dirigenza staliniana “seguiva una linea rivoluzionaria” e “costruiva il socialismo”, come cercano di sostenere gli stalinisti più ottusi, oppure, in una forma più attenuata, l’idea che si trattasse di una lotta all’interno di una “tendenza rivoluzionaria e marxista”, come affermano coloro che non si considerano stalinisti, ma che di fatto lo sono.

Al contrario, per la controrivoluzione vittoriosa, che rappresentava gli interessi della borghesia, antagonisti a quelli della classe operaia, una politica deliberatamente volta a sradicare completamente i rivoluzionari preparati, temprati nelle battaglie e messi alla prova dalla storia è un fenomeno del tutto tipico e comprensibile.

Appoggiandosi su una massa obbediente e dipendente dalle razioni alimentari e dagli incarichi, l’apparato statale schiacciò sistematicamente ogni focolaio di resistenza proletaria. Come osserva il professor A. Baranov, «la scarsa alfabetizzazione della maggior parte dei comunisti»34 veniva sfruttato per manipolare l’opinione pubblica, neutralizzando facilmente l’influenza degli oppositori tra l’intellighenzia e i vecchi membri del partito. Quando, in diverse città, i partecipanti alle assemblee di partito condannarono la linea del CC, l’apparato non rispose con la discussione, bensì con il consolidamento repressivo.

Per mettere il sistema al riparo dalle critiche dei vecchi membri del partito animati da convinzioni rivoluzionarie, l’apparato staliniano mise in moto la macchina delle “epurazioni”. Nella primavera del 1924 fu condotta una verifica delle cosiddette “cellule non produttive” – universitarie e delle istituzioni sovietiche –, proprio quelle in cui si concentrava l’intellighenzia d’opposizione che sosteneva l’Opposizione di Sinistra. E. Preobraženskij scrisse esplicitamente alla Commissione centrale di controllo: «L’epurazione delle cellule non produttive fu pianificata dopo il dibattito interno al partito della fine del 1923 e colpì le città in cui era stato approvato il maggior numero di risoluzioni dell’opposizione»35. L’esito simbolico emerge dalle statistiche dei congressi di partito: se nel 1922 i delegati con un’anzianità di partito prerivoluzionaria costituivano il 49,6 % del congresso, già nel 1927, quando fu espulsa l’Opposizione di Sinistra, la loro percentuale era scesa al 38,5 %.

In tal modo, le condizioni oggettive insormontabili, la miseria e l’arretratezza sociale portarono alla cristallizzazione di un apparato di gestione capitalistico che sottomise definitivamente a sé le masse proletarie.

Giugno 2026

Footnotes

  1. - Unità amministrative rurali, ndt. ↩

  2. - Vjatskaja pravda, 18 maggio 1924. ↩

  3. - Il termine russo gubernija indica un’unità amministrativo-territoriale dell’Impero russo, mantenuta anche nei primi anni del potere sovietico (uezd), ndt. ↩

  4. - Timkin, Ju., “La prima epurazione generale del Partito comunista russo (bolscevico) nel 1921: dimensione istituzionale e umana (sulla base di materiali archivistici della gubernija di Vjatka)”, Noveyšaja istorija Rossii, 2022, vol. 12, n. 1, p. 112. ↩

  5. - Unità amministrativo-territoriale dell’Impero russo, subordinata alla gubernija (governatorato) e generalmente traducibile come “distretto”. Il termine rimase in uso anche nei primi anni del potere sovietico. ↩

  6. - Tradizionali frittelle russe sottili, preparate con una pastella a base di farina, latte e uova e cotte in padella. Possono essere servite con ripieni dolci o salati oppure accompagnate da panna acida, burro, caviale o altri condimenti, ndt. ↩

  7. - Ivi, p. 113. ↩

  8. - Bakulin, V., “«L’apparato si è inceppato e si sta disgregando»: svolgimento ed esiti della lotta dell’Opposizione di sinistra per la democrazia interna al partito nella gubernija di Vjatka (autunno 1923 – primavera 1924)”, Novyj istoričeskij vestnik, 2017, p. 99. ↩

  9. - Ivi, p. 113. ↩

  10. - Murav’ëva, I., “I fondi dei comitati volost’ del Partito comunista russo (bolscevico) come fonte per la storia della rivolta contadina di Tambov del 1920–1921”, Gramota, 2017, n. 6 (80), parte 2, p. 76. ↩

  11. - Lenin V. I. Sull’imposta in natura // Opere complete. XXXII. Roma: Editori Riuniti, 1967. P. 331. ↩

  12. - Lenin V. I. Sulla questione delle nazionalita o sull’“autonomizzazione” // Opere complete. XXXVI. Roma: Editori Riuniti, 1969. P. 440. ↩

  13. - Facoltà operaia, ndt. ↩

  14. - Barinov, D., “Il percorso verso l’opposizione: le cause della protesta studentesca a Leningrado negli anni Venti”, Vestnik Samarskogo universiteta, 2022, vol. 28, n. 3, p. 55. ↩

  15. - Ivi, p. 54. ↩

  16. - Ivi, p. 55. ↩

  17. - Timkin, Ju., “Il sentore di frazionismo: l’Opposizione di sinistra nell’organizzazione provinciale di Vjatka del Partito comunista russo (bolscevico) nel 1923–1924”, Vestnik Rossijskogo universiteta družby narodov. Serija: Istorija Rossii, 2021, vol. 20, n. 1, p. 111. ↩

  18. - Morozova, T., e Šiškin, V., “Il Partito comunista bolscevico come ascensore sociale sovietico nel contesto della Nuova politica economica (NEP)”, Noveyšaja istorija Rossii, vol. 10, n. 4 (2020), p. 906. ↩

  19. - Timkin, Ju., “«Il contadino entra nel Partito comunista e ne esce»: le organizzazioni contadine di volost’ del Partito comunista russo (bolscevico) nel 1918–1920 (sulla base di materiali archivistici della gubernija di Vjatka)”, Krest’janovedenie, vol. 7, n. 2 (2022), p. 56. ↩

  20. - Tradizionali stivali russi invernali realizzati in feltro di lana infeltrita, particolarmente adatti a proteggere i piedi dal freddo intenso. Tradizionalmente privi di suola rigida, vengono spesso indossati con galosce per proteggerli dall’umidità, ndt. ↩

  21. - Ivi, p. 58–59. ↩

  22. - Ivi, p. 58. ↩

  23. - Timkin, Ju., “La prima epurazione generale del Partito comunista russo (bolscevico) nel 1921: dimensione istituzionale e umana (sulla base di materiali archivistici della gubernija di Vjatka)”, Noveyšaja istorija Rossii, 2022, vol. 12, n. 1, p. 115. ↩

  24. - Ivi, p. 118. ↩

  25. - Ivi, p. 121. ↩

  26. - Nazarov, O., “L’attività organizzativa e di gestione dei quadri della Segreteria del Comitato centrale del Partito comunista russo (bolscevico) nel periodo compreso tra il X e l’XI Congresso del PCR(b)”, Servis v Rossii i za rubežom, 2012, p. 145. ↩

  27. - Ivi, p. 146. ↩

  28. - Lenin V. I. VIII Congresso del PCR(b) 18–23 marzo 1919. Rapporto sul programma del partito. 19 marzo // Opere complete. XXIX. Roma: Editori Riuniti, 1967. P. 163–164. ↩

  29. - Lenin V. I. Sulle condizione di ammissione di nuovi membri al partito // Opere complete. XXXIII. Roma: Editori Riuniti, 1967. P. 232. ↩

  30. - Ivi. P. 233. ↩

  31. - Nazarov, O., “L’attività organizzativa e di gestione dei quadri della Segreteria del Comitato centrale del Partito comunista russo (bolscevico) nel periodo compreso tra il X e l’XI Congresso del PCR(b)”, Servis v Rossii i za rubežom, 2012, p. 148. ↩

  32. - Lenin V. I. Sulle condizione di ammissione di nuovi membri al partito // Opere complete. XXXIII. Roma: Editori Riuniti, 1967. P. 233. ↩

  33. - Nazarov, O., “L’attività organizzativa e di gestione dei quadri della Segreteria del Comitato centrale del Partito comunista russo (bolscevico) nel periodo compreso tra il X e l’XI Congresso del PCR(b)”, Servis v Rossii i za rubežom, 2012, p. 149. ↩

  34. - Baranov, A., “L’opposizione ‘trotskista’ nel contesto del consolidamento dell’élite politico-statale nel Sud della Russia (1923–1924)”, Gumanitarnye i juridičeskie issledovanija, 2019, p. 38. ↩

  35. - Morozova, T. I., e Šiškin, V. I., “«Considero la politica all’interno del partito… l’inizio dello sperpero dell’eredità leniniana». Corrispondenza tra E. M. Jaroslavskij ed E. A. Preobraženskij sull’epurazione delle cellule non produttive del Partito comunista russo (bolscevico) (fine marzo – inizio aprile 1924)”, Istoričeskij archiv, n. 5 (2016), p. 101. ↩

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