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Anatomia dell’alienazione globale: Il limite fisiologico del capitale e i compiti dell’avanguardia comunista

Nella parte precedente del nostro lavoro abbiamo messo a nudo l’anatomia politico-economica del capitalismo contemporaneo: abbiamo mostrato come il sistema, per salvarsi dalla caduta del saggio di profitto, ha costruito una catena di montaggio planetaria dello sfruttamento, un vero e proprio sweating system globale, mascherandola da “gig economy”. In questa parte passiamo dalla struttura al fattore soggettivo. Esaminiamo come questa macchina spietata macini la forza-lavoro viva, portando la classe all’esaurimento fisiologico, e come produca una falsa coscienza attraverso l’atomizzazione e il feticismo della merce. La consapevolezza di questi processi ci impone l’unica via d’uscita storica: la rottura con il riformismo e la necessità di forgiare un’avanguardia indipendente per una lotta di classe senza compromessi.

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La rivoluzione comunista è l’unico limite allo sfruttamento

L’espansione spaziale del capitale e la digitalizzazione hanno permesso alla borghesia di rallentare il processo di caduta del saggio di profitto, ma oggi il capitalismo si scontra con una nuova barriera insuperabile: l’esaurimento fisico della classe operaia.

Un indicatore quantitativo utile a monitorare questo fenomeno è l’Employment-to-population ratio della Banca mondiale. Nei paesi sviluppati il rapporto tra occupati e popolazione ristagna o diminuisce. L’Employment Outlook 2025 dell’OCSE lancia l’allarme: entro il 2060 il numero di persone di età pari o superiore a 65 anni ogni 100 persone di età compresa tra i 20 e i 64 anni nei paesi dell’OCSE aumenterà in media da 31 a 52 – circa il 67 % rispetto al livello del 2023. Le istituzioni borghesi vedono in ciò soltanto una minaccia al PIL e chiedono di trattenere gli anziani al lavoro, innalzando l’età pensionabile, nel tentativo di compensare la caduta del saggio di profitto attraverso la produzione di plusvalore assoluto.

Torniamo qui alle tesi di Mark Fisher, che ha mostrato come la reazione a questa pressione estrema non sia necessariamente la rabbia di classe, bensì una psicopatologia di massa. La borghesia attua con successo la “privatizzazione dello stress”: le contraddizioni strutturali del capitalismo – alienazione, povertà, esaurimento sul lavoro – vengono imposte al lavoratore come problemi psicologici personali, da risolvere con farmaci o corsi di formazione anziché con la lotta politica. Le giovani generazioni proletarie sprofondano in una edonia depressiva: una condizione in cui ci si sente oppressi e infelici non perché si sia privati dei piaceri, ma perché non si riesce a smettere di consumarli, nel tentativo di fuggire dalla realtà.

Anche il cambiamento demografico menzionato nel numero precedente della nostra rivista1è fortemente polarizzato. Se l’Occidente, i paesi dell’ex URSS e l’Asia orientale attraversano un invecchiamento della popolazione, le economie dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa sono caratterizzate da una popolazione giovane, il cui eccesso alimenta la disoccupazione di massa e la migrazione globale forzata.

Questo surplus non è un’anomalia demografica casuale. La penetrazione capitalistica nel settore agricolo dei paesi con una composizione organica del capitale più bassa distrugge l’agricoltura contadina tradizionale, formando enormi masse di ciò che Marx chiamò sovrappopolazione latente e stagnante. La sovrappopolazione latente è costituita da contadini rovinati, pronti in qualsiasi momento a ingrossare le file del proletariato urbano; quella stagnante, invece, da masse con un’occupazione estremamente irregolare, relegate al fondo dell’economia.

Marx scriveva:

«Questa fonte della sovrappopolazione relativa fluisce dunque costantemente. Ma il suo costante flusso verso le città presuppone nelle stesse campagne una sovrappopolazione costantemente latente il cui volume si fa visibile solo nel momento in cui i canali di deflusso si schiudono in maniera eccezionalmente larga. L’operaio agricolo viene perciò depresso al minimo del salario e si trova sempre con un piede dentro la palude del pauperismo».2

È proprio l’esistenza di questo serbatoio senza fondo a permettere alle multinazionali di mantenere i salari degli operai industriali del “Sud globale” al livello del minimo fisiologico, o persino al di sotto di esso.

Il capitalismo macina letteralmente la forza-lavoro viva. Come ha mostrato chiaramente l’economista Alan Krueger in un ampio studio del National Institutes of Health statunitense (NIH), nell’economia si osserva un drammatico calo della partecipazione degli uomini nella fascia d’età più produttiva (prime-age). Espulsi dal nucleo industriale dal processo di accumulazione capitalistica, essi abbandonano in massa il mercato del lavoro a causa di gravi malattie croniche. La crescente diffusione di turni di lavoro da 70 a 100 ore settimanali accelera il processo. I termini giapponesi “karōshi” (morte per superlavoro, in seguito a infarto o ictus) e “karōjisatsu” (suicidio causato dallo stress lavorativo) sono ormai diventati una realtà globale e da tempo hanno superato i confini dell’Asia. Secondo un rapporto congiunto dell’OMS e dell’OIL, lavorare più di 55 ore alla settimana aumenta del 35 % il rischio di ictus e, secondo le stime del rapporto, nel 2016 ha causato circa 745.000 morti per ictus e cardiopatia ischemica in tutto il mondo. La cultura del superlavoro contribuisce direttamente a questo martirologio.

La tragedia di questo esaurimento è ormai entrata nella letteratura proletaria contemporanea. È scritta con il sangue di Xu Lizhi, giovane operaio che nel 2014 si tolse la vita gettandosi dalla finestra del dormitorio della mega fabbrica cinese Foxconn (dove si assemblano i prodotti Apple) a causa delle condizioni di lavoro insopportabili. I suoi versi scritti prima della morte, sul corpo «inghiottito dal ferro» e sulla giovinezza lasciata sulla catena di montaggio, sono diventati un terribile documento-manifesto della disperazione di un’intera generazione di operai industriali del “Sud globale”.

Se nei paesi capitalistici più sviluppati la borghesia è passata prevalentemente all’estrazione di plusvalore relativo, attraverso l’intensificazione del lavoro e lo sviluppo tecnologico, generando un’alienazione totale del lavoratore, in altri settori del mercato mondiale il proletariato viene annientato con i metodi classici del XIX secolo: mediante l’estorsione di plusvalore assoluto. Confrontando le condizioni di vita dell’operaio asiatico contemporaneo con le descrizioni di Friedrich Engels ne La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), non troveremo differenze sostanziali. Engels documentò turni di quattordici ore, vita in bassifondi insalubri, infortuni dilaganti e lo sfruttamento spietato del lavoro femminile e infantile nelle fabbriche di Manchester. Oggi i rapporti ufficiali delle organizzazioni internazionali per i diritti umani e dell’ONU confermano che decine di milioni di lavoratori dell’abbigliamento in Bangladesh, di operaie tessili in Cambogia e di addetti all’assemblaggio elettronico a Shenzhen, in Cina, si trovano in condizioni del tutto analoghe. La catastrofe del complesso Rana Plaza del 2013, che seppellì vivi 1.134 esseri umani – in larghissima maggioranza lavoratrici e lavoratori del settore abbigliamento – perché gli appaltatori volevano risparmiare sulla sicurezza, e l’installazione delle famigerate “reti anti-suicidio” negli stabilimenti Foxconn sono manifestazioni dirette della legge generale dell’accumulazione capitalistica. Persino la tanto celebrata economia “verde” ad alta tecnologia si fonda in larga misura sull’estrazione del cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, dove il ricorso al lavoro manuale e minorile consente al capitale di abbattere drasticamente il costo delle materie prime.

Qui emerge una verità fondamentale: ciò che può sembrare barbarie dell’epoca dell’accumulazione originaria – saccheggio, violenza extra economica, schiavitù – è in realtà il risultato necessario della riproduzione allargata del capitale su scala globale. Il capitalismo ha costantemente bisogno di un enorme esercito industriale di riserva per svalutare la forza-lavoro e reprimere la lotta di classe. Il moderno capitale “ad alta tecnologia” dei paesi sviluppati non potrebbe fisicamente funzionare senza questo mostruoso sfruttamento, che costituisce il principale strumento per ridurre il costo degli elementi del capitale costante e variabile. «Il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro»3, come riassunse Marx; oggi quel sangue e quella sporcizia non sono scomparsi. Sono soltanto distribuiti sul mercato mondiale e nascosti nelle catene logistiche, pur restando il fondamento strutturale del modo di produzione capitalistico.

La stessa sociologia borghese è costretta a registrare questo crollo, pur nascondendolo dietro una terminologia aziendale asettica. I rapporti globali Gallup State of the Global Workplace registrano anno dopo anno livelli record di stress quotidiano tra i lavoratori e un crollo enorme di ciò che definiscono “coinvolgimento”. Secondo Gallup, quasi il 60 % dei lavoratori è psicologicamente distaccato dal proprio lavoro: un fenomeno che i media borghesi hanno codardamente chiamato “dimissioni silenziose” (quiet quitting). Gli analisti lamentano che queste perdite di produttività costino all’economia globale circa 8.800 miliardi di dollari di PIL. Ma la prospettiva marxista permette di coglierne la vera natura: questi numeri sono l’espressione sociologica dell’alienazione totale del lavoro descritta in profondità da Marx. Ciò che la stampa chiama “dimissioni silenziose” è in realtà una forma spontanea di sabotaggio della produzione, non un capriccio della generazione contemporanea di lavoratori salariati. È proprio la condizione descritta da Marx già nel 1844:

«In primo luogo, nel fatto che il lavoro è esterno al lavoratore, cioè non appartiene al suo essere. Di conseguenza nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, non si sente appagato ma infelice, non sviluppa alcuna libera energia fisica e spirituale, ma mortifica il suo fisico e rovina il suo spirito. Il lavoratore si sente pertanto presso di sé soltanto fuori del suo lavoro, e nel suo lavoro fuori di sé. A casa propria é solo quando non lavora, e quando lavora non é a casa propria. Il suo lavoro quindi non é volontario, ma fatto per costrizione, é lavoro forzato. Non é quindi l’appagamento di un bisogno, ma solo un mezzo per appagare bisogni a esso esterni. La sua estraneità risulta chiaramente dal fatto che in mancanza di una costrizione fisica o di altro genere il lavoro viene fuggito come la peste».4

Il distacco psicologico e la depressione sono forme di autodifesa biologica e spirituale di un organismo ridotto a una condizione animale. Di conseguenza, il lavoratore «si giunge cosi al risultato che l’uomo (il lavoratore) sente di agire liberamente ormai soltanto nelle sue funzioni animali, mangiare, bere, procreare, e tutt’al più nell’avere un’abitazione, nel vestirsi ecc., mentre nelle sue funzioni umane non si sente altro che un animale. Ciò che é animale diventa umano e ciò che é umano diventa animale».5

Le “dimissioni silenziose” sono una forma spontanea e passiva di resistenza di classe del proletariato esausto, un’autodifesa biologica e psichica dell’organismo in risposta all’inesorabile estorsione di plusvalore assoluto.

Paradossalmente, gli studi borghesi sulla produttività confermano l’assurdità del sistema: è dimostrato che dopo 40–50 ore di lavoro settimanali il rendimento effettivo di ogni ora crolla rapidamente, e che chi lavora 70 ore produce esattamente quanto chi ne lavora 50. Eppure il capitale sceglie consapevolmente questa barbarie. La ragione è semplice: assumere ogni nuovo dipendente (capitale variabile) comporta costi aggiuntivi, come formazione, assicurazione e imposte. Per i venture capitalisti e i banchieri d’investimento è più conveniente bruciare fisicamente un dipendente nella fornace di una settimana lavorativa di cento ore che assumerne due. È un esempio lampante di come il capitale sputi fuori i proletari diventati “inutili”, distruggendo fisicamente la classe che crea la ricchezza sociale.

La demografia borghese e l’economia sanitaria interpretano cinicamente questa crisi soltanto come un problema gestionale di “invecchiamento della popolazione” e di pressione sui bilanci, proponendo soluzioni puramente tecnocratiche: l’espansione della medicina commerciale e l’innalzamento dell’età pensionabile. Per loro, il logoramento del lavoratore è soltanto una voce di costo nel bilancio dello Stato. I sintomi di questo collasso vengono regolarmente riportati dai media mainstream borghesi, che registrano una “carenza di personale” senza precedenti e una catastrofe demografica. Gli analisti liberali, tuttavia, vedono nella carenza fisica di manodopera soltanto la conseguenza di errori politici dei regimi o di temporanee inefficienze gestionali, ignorando del tutto la natura sistemica del problema.

Al contrario, ci richiamiamo all’analisi classica di Friedrich Engels ne La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), dove egli definì con assoluta precisione questo fenomeno «assassinio sociale»6. Il capitalismo non si limita a “sottopagare”: attraverso stress, precarietà, straordinari e un ambiente sociale tossico, accorcia sistematicamente la vita dei proletari. Marx riassunse nel Capitale:

«La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio».7

L’attuale crisi sanitaria globale e il vicolo cieco demografico sono conseguenze dirette del fatto che lo sfruttamento capitalistico provoca costantemente l’esaurimento fisiologico dell’organismo umano.

Il capitale, tuttavia, è incredibilmente flessibile. Se la classe operaia “si consuma”, il capitale può compensare coinvolgendo nuove masse (attraverso la migrazione), ricorrendo a un’automazione radicale (sostituendo con l’IA le persone esauste nei servizi) oppure facendo concessioni temporanee (tramite il keynesismo). È un’ulteriore conferma che, senza il fattore soggettivo (il partito rivoluzionario), la crisi oggettiva può protrarsi all’infinito, conducendo alla barbarie ma non al crollo del sistema.

Le radici materiali della falsa coscienza: polarizzazione, atomizzazione e guerra

Questi spostamenti strutturali tettonici deformano radicalmente la coscienza politica del proletariato, accentuandone la frammentazione. La distanza tra la condizione oggettiva della classe operaia (in quanto “classe in sé”) e la sua coscienza politica soggettiva (in quanto “classe per sé”) è oggi enorme. Vi contribuiscono i seguenti fattori materiali:

1. Polarizzazione del mercato del lavoro: uno studio dell’OIL registra la diffusione, sul mercato globale, di due modelli di cambiamento: “innalzamento delle competenze” e “polarizzazione”. Ciò che le istituzioni borghesi chiamano eufemisticamente “polarizzazione” significa, in termini marxisti, un netto assottigliamento degli strati intermedi e una divisione dell’occupazione tra una ristretta aristocrazia operaia ben retribuita (IT/finanza) e una vasta massa di proletari dei servizi, sottopagati e privi di garanzie. Questa frattura rende oggi difficile sviluppare una coscienza di classe unitaria: gli strati superiori si identificano con la borghesia, quelli inferiori restano legati a settori locali.

2. Deconcentrazione spaziale e desocializzazione: il capitale organizza deliberatamente il processo lavorativo in modo da distruggere la “socialità della produzione” (sociality of production). La rivista Spectre offre un esempio significativo: nell’istruzione superiore statunitense, che rappresenta quasi l’8 % della forza-lavoro del capitalismo americano, le amministrazioni sostituiscono in massa i docenti di ruolo con collaboratori a contratto (adjunct faculty). Come gli autisti di Uber, ricevono un misero compenso a corso, sono privi di garanzie e isolati dai colleghi. Il capitale scompone la produzione in atomi, bloccando preventivamente la capacità di organizzarsi.

3. Illusione del “capitale surrogato” e “cultura dell’affanno” (hustle culture): la borghesia ha integrato con successo gli strati superiori dei lavoratori nel casinò finanziario. Secondo i dati dell’Hampton Institute, nel 2020 più della metà degli statunitensi possedeva azioni e tre quarti disponeva di conti pensionistici legati al mercato azionario. Nella fascia compresa tra il 50º e il 90º percentile, il valore medio dei titoli posseduti da un singolo lavoratore raggiunge 132.000 dollari. Come osservano gli stessi ricercatori, «è più difficile far comprendere agli americani che gli interessi dei lavoratori e quelli dei capitalisti sono sempre contrapposti, quando la ricchezza dei primi dipende dal successo dei secondi».

Vediamo qui ciò che Lenin definì genialmente la base materiale dell’opportunismo – la formazione di un’aristocrazia operaia. Oggi il capitalismo vi ha aggiunto il legame tra il valore differito della forza-lavoro (le pensioni) e il capitale finanziario speculativo.

«I capitalisti di uno dei tanti rami industriali, di uno dei tanti paesi, ecc., raccogliendo gli alti profitti monopolistici hanno la possibilità di corrompere singoli strati di operai e, transitoriamente, perfino considerevoli minoranze di essi schierandole a fianco della borghesia del rispettivo ramo industriale o della rispettiva nazione contro tutte le altre. Questa tendenza è rafforzata dall’aspro antagonismo esistente tra i popoli imperialisti a motivo della spartizione del mondo. Così sorge un legame tra l’imperialismo e l’opportunismo; fenomeno questo che si manifestò in Inghilterra prima e più chiaramente che altrove, perché ivi, molto prima che in altri paesi, apparvero certi elementi imperialistici».8

Parallelamente, il management impone una “cultura dell’affanno” distruttiva, convincendo i dipendenti a pensare come “atleti olimpici” e presentando l’equilibrio tra lavoro e vita privata come una prerogativa di chi, a loro dire, “odia il proprio lavoro”. I capitalisti paragonano cinicamente i proletari dell’ IT agli agricoltori indipendenti del passato, ignorando che il contadino lavorava per sé, mentre il programmatore contemporaneo consuma il proprio sistema nervoso per monetizzare l’IA a vantaggio degli investitori di venture capital. Il presunto “consenso” agli straordinari è spesso dettato non dall’entusiasmo, ma da una coercizione implicita: la paura del licenziamento, la concorrenza sul mercato o la dipendenza da un visto di lavoro. Qui risiede la base materiale della loro lealtà.

4. Feticismo della merce e assenza ideologica di alternative: viviamo in un’epoca in cui il capitalismo viene presentato come l’unico sistema naturale possibile. La cultura borghese ha persino sviluppato un meccanismo di difesa: il capitale produce e vende esso stesso prodotti anticapitalisti (per esempio film sulle multinazionali malvagie o sulla condizione oppressa dei lavoratori salariati). Il capitalismo svolge così il lavoro di soddisfare il nostro stesso malcontento, permettendoci di consumare la protesta in una sala cinematografica per poi tornare docilmente, il giorno dopo, alla catena di montaggio o al monitor.

5. Perdita d’identità e fantasma della “classe media”9: negli Stati Uniti quasi il 90 % delle persone si considera illusoriamente appartenente alla “classe media”. La riduzione relativa del nucleo industriale ha privato i lavoratori della percezione di sé come unica classe produttiva d’avanguardia. Questa frustrazione storica viene attivamente incanalata dai politici populisti, che sfruttano l’ideologia della “deindustrializzazione” e propongono al proletariato utopie reazionarie volte a riportare l’economia alle forme arcaiche già superate dal capitale.

6. Isolamento culturale e spaziale: lo sviluppo generalizzato del settore terziario ha disperso spazialmente il proletariato. Se tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo era tipica la concentrazione dei lavoratori in quartieri vicini alle fabbriche, con attività ricreative collettive, oggi l’atomizzazione ha raggiunto livelli senza precedenti.

7. Militarismo e sciovinismo: oggi il fattore più importante di demoralizzazione è la spinta del capitalismo verso una guerra imperialista generalizzata. Giunti al vicolo cieco della sovraccumulazione, gli Stati Uniti e le altre potenze imperialiste ricorrono apertamente al militarismo: dall’intervento in Venezuela nel gennaio 2026 al massacro in Iran e in Libano, fino alla guerra in Ucraina, ormai al quinto anno.

Nessuna fazione capitalistica (né l’Occidente “democratico” né l’Oriente “autoritario”) possiede un contenuto progressivo. L’ideologia della “difesa nazionale” o dell’ “antifascismo” viene usata dal capitale esclusivamente per spingere il proletariato nelle trincee di una guerra fratricida. Questi conflitti non sono anomalie casuali della politica, ma conseguenze dirette dell’inasprirsi della lotta per la spartizione dei mercati tra i vecchi egemoni e i nuovi centri imperialistici di potere. Lo scontro mondiale tra predatori per il controllo delle materie prime e della logistica è inevitabile.

I costi della guerra vengono scaricati sui lavoratori attraverso l’inflazione; per controllarne la coscienza si fomenta il nazionalismo, mettendo i lavoratori locali contro i migranti, come mostrano l’intensificazione dei raid dell’ ICE negli Stati Uniti e, in Russia, le azioni della polizia e dei nazionalisti della “Russkaja Obščina” (“Comunità russa”).

La lotta come unica via

Partendo da questo quadro sociologico, la sinistra accademica si affretta a diagnosticare la morte del soggetto rivoluzionario. Vede soltanto una classe sconfitta e atomizzata e sprofonda in ciò che Mark Fisher chiamava “impotenza riflessiva” (reflexive impotence): la condizione in cui riconosciamo l’assurdità e l’ingiustizia del capitalismo, ma riteniamo cinicamente che non sia possibile fare nulla. Il marxismo, però, non è una sociologia della sconfitta: è una guida per l’azione. Il nostro compito principale è spezzare l’apparente naturalità dell’ordine attuale e contrapporre al capitale un’autentica alternativa rivoluzionaria.

La competizione per gli incarichi tramite un’ app, l’isolamento dei docenti a contratto nei dipartimenti e l’odio verso i migranti sono tutti attributi del “mondo” capitalistico. Ma le conseguenze della stessa barbarie capitalistica spingono i lavoratori sulla strada dello scontro diretto. Nel 2026 vediamo chiaramente questo potenziale. I costi economici del massacro imperialista nel Grande Medio Oriente e l’impennata dell’inflazione hanno provocato in aprile un’ondata enorme di scioperi di massa in India. In grandi poli industriali come Noida, decine di migliaia di proletari dei settori automobilistico ed elettronico, ai quali si sono uniti spontaneamente lavoratori delle piattaforme digitali e dell’IT, sono scesi in strada, scontrandosi con la polizia e chiedendo aumenti salariali del 35 %. Lo sciopero di massa resta uno strumento potente della nostra classe. Al tempo stesso, la lotta dei dipendenti municipali canadesi “colletti blu” di Montreal dimostra un’altra tesi fondamentale: oggi il principale nemico interno della resistenza sono i sindacati ufficiali. Nell’epoca dell’imperialismo sviluppato, i sindacati hanno definitivamente perso il loro carattere originario di organi di difesa di classe. Si sono integrati strutturalmente nell’apparato dello Stato borghese, diventando una polizia istituzionale della forza-lavoro. Integrati nella macchina statale, fanno di tutto per circoscrivere i conflitti, impedire che si trasformino in uno sciopero politico generale e costringere i lavoratori ad accettare docilmente l’impoverimento. Questa è l’essenza controrivoluzionaria e burocratica dei sindacati riformisti, pronti a qualsiasi compromesso con il capitale pur di salvare il sistema: una realtà magnificamente derisa da Bertolt Brecht nella pièce “Santa Giovanna dei macelli” (1929), dove la filantropia e i sindacati legali servono soltanto da paravento alle sanguinose manovre dei monopoli della carne di Chicago. Il compito organizzativo del presente consiste quindi nel creare comitati internazionalisti di fabbrica e delle piattaforme, del tutto indipendenti dall’apparato burocratico dei sindacati ufficiali e dallo Stato borghese.

L’avanguardia comunista deve utilizzare le stesse reti digitali costruite dal capitale per sorvegliare, così da coordinare orizzontalmente gli scioperi (come quelli avvenuti in India ad aprile). È necessario saldare il nucleo industriale del proletariato alle masse dei lavoratori della gig economy, facendo di questi ultimi il sistema circolatorio della comunicazione della protesta. Le stesse condizioni di vita e di lavoro che, nei periodi non conflittuali, dividono il proletariato in una massa di individui isolati, nei momenti di massima tensione lo spingono verso prodigi di solidarietà di massa. Questa transizione storica dalla folla docile e atomizzata a una classe compatta, consapevole della propria forza, trova una rappresentazione monumentale nel dipinto “Il quarto stato” (1901) di Giuseppe Pellizza da Volpedo e nel cinema innovativo di Sergej Ėjzenštejn (nel film “Sciopero”, 1925), dove la classe operaia non appare come una vittima passiva da compatire, ma come una forza collettiva irresistibile della storia. Il proletariato dell’epoca della rivoluzione comunista mondiale deve ancora diventare una forza collettiva della storia; allora artisti e poeti, risvegliati da quest’ondata, rappresenteranno nelle loro opere l’ingresso dell’umanità nella sua vera storia.

La vecchia talpa della storia è imbrattata di sangue e sudore, ma scava inesorabilmente il suo tunnel verso la nostra libertà. Per perforare lo spesso strato dell’alienazione contemporanea dobbiamo comprendere con chiarezza la realtà oggettiva: le trasformazioni strutturali tettoniche, il decentramento spaziale della produzione, lo sviluppo del settore terziario e l’illusione di possedere un “capitale surrogato” hanno generato il più alto livello di concorrenza interna al proletariato mai registrato nella storia. La sociologia borghese e la sinistra “di sistema” si affrettano a dichiarare la nostra classe sconfitta per sempre, frammentata in milioni di individui solitari impegnati, secondo la felice espressione del giovane Engels, nella quotidiana «guerra di tutti contro tutti»10 capitalistica.

La nostra risposta deve essere inequivocabile. Nel contesto della crisi totale del capitalismo, i lavoratori non devono compiere alcun sacrificio per salvare le “economie nazionali” della borghesia belligerante. Dobbiamo contrapporre allo sguardo sociologico contingente una visione autenticamente marxista e storica. La classe operaia va considerata non soltanto per ciò che è oggi, ma soprattutto per ciò che storicamente dovrà diventare.

Dobbiamo trasformare la concorrenza imposta in solidarietà proletaria, respingere il riformismo sindacale, avanzare parole d’ordine di disfattismo rivoluzionario e forgiare una nostra avanguardia comunista indipendente. Come affermato nel nostro “Manifesto”, questi sono i primi e più necessari passi verso la costruzione di un partito comunista mondiale.

Dobbiamo fondarci risolutamente sulla critica leninista del “codismo”. Respingiamo la fiducia ingenua secondo cui la coscienza rivoluzionaria emergerebbe spontaneamente dalla lotta quotidiana, puramente economica.

Questo partito non deve essere una semplice bussola politica passiva, che si sviluppa dal movimento pratico reale della classe operaia stessa. Non deve sostituirsi alla classe: deve esserne l’espressione, mentre essa supera la propria differenziazione interna attraverso le organizzazioni di base. Il partito deve essere l’avanguardia combattente e disciplinata della classe, capace di organizzarla per conquistare il potere politico, spezzare la macchina statale borghese e instaurare la dittatura del proletariato.

Il capitalismo non ci ha lasciato altra scelta: barbarie imperialista oppure rivoluzione comunista proletaria mondiale. Non intendiamo assomigliare ai pessimisti il cui sguardo resta incatenato al trionfo temporaneo del capitale. Questa via d’uscita è l’unica; continueremo a combattere con passione rivoluzionaria per una società senza classi, sulle orme delle generazioni di combattenti che ci hanno preceduto.

Maggio 2026

Footnotes

  1. - Si veda l’articolo “Economia politica della crisi strutturale e il mito del postindustrialismo”. ↩

  2. - Marx K. Il capitale. Libro primo. Trad. Delio Cantimori. IX edizione. Roma: Editori Riuniti. Settembre 1980. P. 703. ↩

  3. - Ivi. P. 823. ↩

  4. - Marx K. Manoscritti economico-filosofici del 1844. Edizione commentata a cura di Ferruccio Andolfi e Giovanni Sgro’. Napoli-Salerno: Orthotes, 2018. P. 136. ↩

  5. - Ivi. P. 137. ↩

  6. - Engels F. La situazione della classe operaia in Inghilterra // Marx-Engels. Opere complete. IV. Roma: Editori Riuniti, 1972. P. 264. ↩

  7. - Marx K. Il capitale. Libro primo. Trad. Delio Cantimori. IX edizione. Roma: Editori Riuniti. Settembre 1980. P. 552-553. ↩

  8. - Lenin V. I. L’imperialismo, fase suprema del capitalismo // Opere complete. XXII. Roma: Editori Riuniti, 1966. P. 300. ↩

  9. - La nozione di “classe media” è priva di qualsiasi contenuto scientifico politico-economico; viene costruita artificialmente dalla sociologia borghese soprattutto sulla base del reddito e dei consumi, per nascondere il punto essenziale: queste masse proletarie non possiedono i mezzi di produzione e occupano una posizione realmente proletaria nel ciclo produttivo. ↩

  10. - Engels F. La situazione della classe operaia in Inghilterra // Marx-Engels. Opere complete. IV. Roma: Editori Riuniti, 1972. P. 310. ↩

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