Teoria

 Lettere di Friedrich Engels sul materialismo storico

Le lettere di Engels a Schmidt, Bloch, Mehring e Borgius, pubblicate di seguito, sono tra i testi più noti della tradizione marxista: sono state più volte citate, analizzate e incluse nelle antologie. Non le pubblichiamo perché contiamo di comunicare al lettore qualcosa di nuovo: la ragione è un’altra. I materiali di questo numero – dall’articolo sugli involucri politici del capitalismo fino al saggio sulle sconfitte dei decenni tra le due guerre mondiali – si scontrano ripetutamente con la stessa questione metodologica: come si rapporta la base di una formazione economico-sociale con la sovrastruttura, la lotta politica, le ideologie e la volontà degli attori storici? Come evitare, in questo ambito, due errori opposti: lo schematismo volgare secondo cui “l’economia decide tutto” e il pluralismo senza spina dorsale secondo cui “tutto influisce su tutto”? Sono proprio queste lettere di Engels a svelare l’essenza di entrambi gli errori. Tale spiegazione è formulata con una chiarezza che si incontra di rado nella letteratura contemporanea di autori che si definiscono marxisti. Nei loro confronti è opportuno ripetere le parole di Marx: «So solo una cosa, che non sono marxista». Abbiamo ritenuto opportuno richiamare l’attenzione su queste lettere di Engels proprio ora, quando un lavoro teorico coscienzioso finisce di continuo per affogare o nel meccanicismo dei dottrinari, o nell’empirismo di coloro che, temendo il dogma, rinunciano del tutto a cercare una regolarità dietro l’accumulo dei fatti. Engels scrisse queste lettere contro la medesima tentazione: quella di trasformare il materialismo storico in uno «strumento per costruire sistemi» anziché in una «guida per lo studio». È una tentazione ben nota anche ai marxisti odierni, compresi quelli che si ritengono sinceramente estranei a ogni dogmatismo. Invitiamo il lettore a tornare a queste pagine non come a un reperto da museo, ma come a uno strumento di lavoro: lo stesso che abbiamo cercato di utilizzare lavorando ai materiali di questo numero.

Contents

Friedrich Engels a Conrad Schmidt, a Berlino

Londra, 5 agosto 1890

«[…] Il libro di Paul Barth l’ho visto recensito su Deutsche Worte di Vienna da quello sventurato di Moritz Wirth, e questa critica mi ha lasciato un’impressione sfavorevole anche per il libro stesso. Lo voglio vedere; ma devo dire che se il piccolo Moritz lo cita correttamente, Barth sostiene di aver trovato, in tutti gli scritti di Marx, un solo esempio del rapporto tra la filosofia ecc. e le condizioni materiali di esistenza: il fatto che Cartesio affermi che gli animali sono macchine, mi dispiace per chi può scrivere cose del genere. E se costui non ha ancora scoperto che, se le condizioni materiali dell’esistenza sono il primum agens, ciò non esclude che le sfere ideologiche esercitino a loro volta su di esse un’influenza di ritorno, ma secondaria, è impossibile che abbia capito la materia di cui parla. Ma come ho detto tutto ciò lo so di seconda mano e il piccolo Moritz è un amico pericoloso. Anche la concezione materialistica della storia oggi serve a molte persone come pretesto per non studiare la storia. Proprio come diceva Marx dei “marxisti” francesi della fine degli anni ’70:

“Tout ce que je sais, c’est que je ne suis pas marxiste”.

C’è stata per esempio anche una discussione sulla Volks-Tribune, sulla distribuzione dei prodotti nella società socialista, se debba avvenire a seconda della quantità di lavoro o altrimenti. E la cosa è stata trattata anche in modo assai “materialistico”, in confronto a certe belle frasi idealistiche sulla giustizia. Ma, strano a dirsi, a nessuno è venuto in mente che il modo di distribuzione dipende da quanto c’è da distribuire, e se la quantità dei prodotti cambia con il progresso della produzione e dell’organizzazione sociale, può cambiare anche il modo di distribuirli. Ma a tutti i partecipanti la “società socialista” appare non come un processo in incessante trasformazione e sviluppo, ma come qualcosa di stabile, fissata una volta per tutte, che deve perciò avere anche un modo di distribuzione fissato una volta per tutte. Ragionevolmente invece si può solo 1) cercare di scoprire il modo di distribuzione con cui cominciare e 2) tentare di scoprire la tendenza generale in cui si muoverà il successivo sviluppo. Ma di tutto ciò non trovo una parola nell’intero dibattito.

In Germania, in generale, molti giovani scrittori usano il termine “materialista” come fosse una mera frase fatta, con cui etichettare ogni cosa senza studiarla ulteriormente: si appiccica l’etichetta e si crede così di aver risolto la questione. Ma la nostra concezione della storia è innanzitutto una guida per lo studio, non uno strumento per costruire sistemi alla maniera hegeliana. Tutta la storia deve venir da capo studiata, le condizioni di esistenza delle diverse formazioni sociali devono essere esaminate nei dettagli, prima di tentare di far derivare da esse le corrispondenti concezioni della politica, del diritto privato, dell’estetica, della filosofia, della religione, ecc. In quest’ambito finora è successo poco, perché solo pochi si sono messi seriamente al lavoro. In quest’ambito abbiamo bisogno di massicci aiuti, il campo di ricerca è sconfinato, e chi ha voglia di lavorare seriamente può riuscire a fare grandi cose e distinguersi. Ma invece di tutto ciò la frase fatta del materialismo storico (proprio di tutto si può fare una frase fatta) a molti tra i più giovani tedeschi serve solo a comporre come si deve al più presto possibile in sistema le loro conoscenze storiche relativamente misere – la storia economica è davvero ancora in fasce! – e credersi molto potenti. E poi può venire un Barth e attaccare la cosa in sé, che certo nel suo ambiente è stata degradata a mera frase fatta.

[…] Uno dei maggiori servizi resi dalla legge antisocialista è stato quello di liberarci dalla seccatura dello studente tedesco entusiasta del socialismo. […] Lei, che ha prodotto veramente qualcosa, deve aver notato personalmente quanto pochi dei giovani intellettuali che aderiscono al partito si prendano la briga di occuparsi di economia, di storia dell’economia, di storia del commercio, dell’industria, dell’agricoltura, delle formazioni sociali. […] Se questi signori sapessero come Marx non riteneva le sue opere migliori non fossero ancora abbastanza buone per gli operai, come considerava un delitto offrire agli operai qualcosa di meno del meglio!

[…] nei dettagli della loro evoluzione commetteranno errori, forse gravi errori. Le masse imparano appunto solo dalle conseguenze dei loro propri errori, attraverso esperimenti fatti sulla propria pelle».1.

Friedrich Engels a Joseph Bloch, Königsberg

Londra, 21[–22] settembre 1890

«[…] secondo la concezione materialistica della storia la produzione e la riproduzione della vita reale sono, nella storia, il fattore determinante in ultima istanza. Non abbiamo mai affermato nulla di più, né Marx né io. Se ora qualcuno distorce questa affermazione, facendo del fattore economico l’unico elemento determinante, trasforma quel principio in una formula vuota, insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di queste lotte – le costituzioni introdotte dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. –, le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano a loro volta la propria influenza sul corso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.

Ci facciamo da noi la nostra storia, ma, innanzitutto, a presupposti e condizioni assai precisi. Tra di essi quelli economici sono in fin dei conti decisivi. Ma anche quelli politici, ecc., anzi addirittura la tradizione che vive nelle teste degli uomini ha la sua importanza, anche se non decisiva. Lo Stato prussiano è nato e si è sviluppato anche per motivi storici, in ultima istanza economici. Ma sarebbe pressoché impossibile non cadere nella pedanteria affermando che tra i molti staterelli della Germania settentrionale proprio il Brandeburgo era destinato per una necessità economica e non anche per altri fattori (primo fra tutti il fatto di esser coinvolto, tramite il possesso della Prussia, con la Polonia e, attraverso questa, con tutta la situazione politica internazionale – la quale è certo decisiva anche nella formazione dei possedimenti privati della dinastia austriaca) a diventare quella grande potenza in cui si sarebbe incarnata la differenza economica, linguistica, e a partire dalla Riforma anche religiosa, tra nord e sud. Difficile sarebbe non rendersi ridicoli spiegando economicamente l’esistenza di ogni staterello tedesco del passato e del presente, o l’origine della rotazione consonantica altotedesca, che ha fatto della barriera formata dalle montagne dai Sudeti al Tauno una vera e propria frattura che attraversa la Germania.

Ma in secondo luogo la storia si fa in modo tale che il risultato finale scaturisce sempre dai conflitti di molte volontà singole, ognuna delle quali a sua volta è resa quel che è da una gran quantità di particolari condizioni di vita; sono perciò innumerevoli forze che si intersecano tra loro, un gruppo infinito di parallelogrammi di forze, da cui scaturisce una risultante – l’avvenimento storico – che a sua volta può esser considerata come il prodotto di una potenza che agisce come totalità, in modo non cosciente e non volontario. Infatti quel che ogni singolo vuole è ostacolato da ogni altro, e quel che ne viene fuori è qualcosa che nessuno ha voluto. Così la storia, quale è stata finora, si svolge a guisa di un processo naturale, ed essenzialmente è soggetta anche alle stesse leggi di movimento. Ma dal fatto che le singole volontà – ognuna delle quali vuole ciò a cui la spinge la sua costituzione fisica e le circostanze esterne, in ultima istanza economiche (le sue proprie personali o quelle generali e sociali) – non raggiungono ciò che vogliono, ma si fondono in una media complessiva, in una risultante comune, da questo fatto non si può comunque dedurre che esse vadano poste = 0. Al contrario, ognuna contribuisce alla risultante, e in questa misura è compresa in essa.

Vorrei del resto pregarla di studiare questa teoria sulle fonti originali e non di seconda mano, è veramente molto più semplice. Non c’è praticamente nulla di ciò che ha scritto Marx in cui essa non si faccia sentire. Ma in particolare Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte è un esempio davvero eccellente della sua applicazione. Anche nel Capitale ci sono molte indicazioni. E posso poi rimandarla anche ai miei scritti La scienza sovvertita dal signor E. Dühring e L. Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, in cui ho offerto la più dettagliata esposizione del materialismo storico che a quanto ne so esista.

Del fatto che da parte dei più giovani si attribuisca talvolta al lato economico più rilevanza di quanta convenga siamo in parte responsabili anche Marx ed io. Di fronte agli avversari dovevamo accentuare il principio fondamentale, che essi negavano, e non sempre c’era il tempo, il luogo e l’occasione di riconoscere quel che spettava agli altri fattori che entrano nell’azione reciproca. Ma appena si arrivava alla descrizione di un periodo storico, e perciò a un’applicazione pratica, le cose cambiavano, e nessun errore era qui possibile. Ma purtroppo è fin troppo frequente che si creda di aver capito a fondo una nuova teoria e di poterne senz’altro fare uso non appena ci si sia impadroniti dei suoi principi fondamentali, e anche questo non sempre in modo corretto. E questo rimprovero non posso risparmiarlo neanche a qualcuno dei recenti “marxisti”, e ne è venuta fuori anche della robaccia incredibile. […]»2.

Friedrich Engels a Conrad Schmidt, a Berlino. Londra

Londra, 27 ottobre 1890

«[…] Con i riflessi economici, politici e di altro tipo succede esattamente come con quelli dell’occhio umano, passano per una lente convergente e si mostrano perciò nel cervello rovesciati. Manca però il sistema nervoso, grazie al quale a chi se li rappresenta essi risultano di nuovo messi sui piedi. Chi è nel mercato monetario vede il movimento dell’industria e del mercato mondiale solo nel suo rispecchiamento rovesciato del mercato monetario e dei titoli, e l’effetto diventa per lui la causa. Questo lo notai già a Manchester negli anni ’40: per l’andamento dell’industria e per i suoi periodici maxima e minima i listini di borsa di Londra erano assolutamente inutilizzabili, perché i signori volevano spiegare tutto con crisi del mercato monetario, che invece non c’erano per lo più esse stesse che sintomi. Allora si trattava di dimostrare che l’insorgere di crisi nell’industria era dovuto a una temporanea sovrapproduzione, e la cosa aveva perciò per giunta un lato tendenzioso che favoriva la distorsione. Questo punto ora è venuto a cadere – per noi almeno una volta per sempre – e inoltre è certo un dato di fatto che il mercato monetario può anche avere le sue proprie crisi, in cui veri e propri inconvenienti nell’industria possono avere un ruolo solo subordinato o non averne affatto, e qui ci sono ancora alcune cose da accertare e da studiare anche in particolare dal punto di vista storico per gli ultimi vent’anni.

Dove c’è divisione del lavoro sul piano sociale anche i lavori parziali si rendono autonomi l’uno dall’altro. La produzione è quella che in ultima istanza decide. Ma in quanto il commercio con i suoi prodotti si rende autonomo dalla produzione vera e propria, esso segue un suo proprio movimento, che nel complesso è certo dominato da quello della produzione, ma che nei particolari e nel quadro di questa generale dipendenza segue però a sua volta leggi proprie, che sono nella natura di questo nuovo fattore, il quale ha sue proprie fasi ed a sua volta si ripercuote sul movimento della produzione. La scoperta dell’America fu dovuta alla fame dell’oro, che in precedenza aveva già spinto i portoghesi verso l’Africa (cfr. La produzione di metalli preziosi, di Soetbeer), perché l’industria, che nei secoli XIV e XV si era estesa in modo così massiccio ed il commercio ad essa legato richiedevano più mezzi di scambio, che la Germania – tra il 1450 e il 1550 la grande terra dell’argento – non bastava da sola a fornire. La conquista delle Indie da parte di portoghesi, olandesi, inglesi dal 1500 al 1800 aveva come scopo l’importazione dalle Indie, ad esportare là nessuno ci pensava. Eppure, che ripercussione colossale ebbero sull’industria queste scoperte e conquiste dovute a meri interessi commerciali – solo le esigenze dell’esportazione verso quei paesi crearono e svilupparono la grande industria.

Lo stesso è per il mercato monetario. In quanto il mercato monetario si separa da quello di merci, esso ha – a certe condizioni, poste dalla produzione e dal commercio di merci e in questi limiti – un suo proprio sviluppo, leggi particolari, determinate dalla sua propria natura, e fasi a sé. Se si aggiunge poi anche il fatto che il mercato monetario in quest’ulteriore sviluppo si allarga a commercio di titoli, e questi non sono solo titoli di Stato, ma ad essi si aggiungono altresì azioni della produzione e dei trasporti, e che il mercato monetario acquista perciò un diretto potere su una parte della produzione che nel complesso lo domina, l’influenza del mercato monetario sulla produzione diventa ancora più forte e complessa. Gli speculatori di borsa sono proprietari di ferrovie, miniere, fonderie, ecc. Questi mezzi di produzione assumono un duplice carattere: il loro esercizio deve seguire ora gli interessi della produzione immediata, ora invece le esigenze degli azionisti, in quanto costoro sono speculatori di borsa. L’esempio più convincente di ciò: le ferrovie nordamericane, il cui esercizio dipende totalmente dalle momentanee operazioni di borsa – del tutto estranee alla particolare ferrovia e ai suoi interessi qua mezzo di trasporto – dei vari Jay Gould, Vanderbilt, ecc. E persino qui in Inghilterra abbiamo visto decennali battaglie tra le varie società ferroviarie per le zone di confine tra due di loro – battaglie in cui è andata dilapidata un’enorme quantità di denaro non nell’interesse della produzione e del trasporto, ma unicamente per una rivalità che aveva per lo più lo scopo di render possibili operazioni di borsa agli speculatori in possesso delle azioni.

«Con questi pochi accenni della mia concezione del rapporto della produzione con il commercio di merci e di questi due con il mercato monetario ho già risposto in sostanza anche alle sue domande sul materialismo storico in generale. La cosa si capisce nel modo migliore dal punto di vista della divisione del lavoro. La società crea determinate funzioni comuni, di cui non può fare a meno. Le persone nominate a questo scopo formano un nuovo ramo della divisione del lavoro all’interno della società. Ottengono a questo modo particolari interessi anche nei confronti dei loro mandanti, si rendono autonomi da essi – ed ecco lo Stato. E ora le cose procedono analogamente a quanto avviene col commercio di merci e più tardi col commercio di valuta: la nuova potenza deve certo nel complesso seguire il movimento della produzione, ma a sua volta reagisce sulle condizioni e sull’andamento di essa in virtù della relativa autonomia che le è propria, che cioè le è stata a suo tempo trasmessa e che si è gradualmente sviluppata. È un’azione reciproca di due forze impari, del movimento economico da una parte, e della nuova potenza politica dall’altra, che tende alla maggiore autonomia possibile, e poiché a suo tempo fu messa all’opera, è dotata anche di un suo proprio movimento; il movimento economico riesce nel complesso ad imporsi, ma deve subire anche una ripercussione da parte del movimento politico, che essa stessa ha messo all’opera e ha dotato di una relativa autonomia: da una parte è il movimento del potere statale, dall’altra quello dell’opposizione, creata contemporaneamente ad esso. Come nel mercato monetario si rispecchia nel complesso, e con le riserve sopra accennate, il movimento del mercato industriale, e naturalmente rovesciato, così nella lotta tra governo ed opposizione si rispecchia la lotta tra le classi che già in precedenza esistono e si combattono, ma parimenti rovesciata, non più direttamente, ma indirettamente, non come lotta di classe ma come lotta per dei principi politici, e rovesciata a tal punto che ci è voluto un millennio per venirne di nuovo a capo.

La ripercussione del potere statale sullo sviluppo economico può essere di tre diverse specie: può procedere nella stessa direzione, e allora le cose vanno più rapidamente, può muoversi nel verso contrario, e al giorno d’oggi presso un grande popolo essa è alla lunga spacciata, oppure può bloccare determinate direzioni dello sviluppo economico ed imporne altre – questo caso si riduce in ultima analisi ad uno dei due precedenti. È chiaro che nel secondo e nel terzo caso il potere politico può fare gravi danni allo sviluppo economico e provocare un massiccio spreco di forze e di materiale.

«C’è poi anche il caso della conquista e della brutale distruzione di risorse economiche, per cui un tempo tutto uno sviluppo economico locale e nazionale poteva anche eventualmente andare a picco. Questo caso ha oggi per lo più gli effetti opposti, almeno per i grandi popoli: a lungo andare lo sconfitto dal punto di vista economico, politico e morale ottiene a volte più del vincitore.

«Analogamente vanno le cose con il diritto: in quanto si fa necessaria la nuova divisione del lavoro, che crea i giuristi di mestiere, è aperto ancora un ambito nuovo, autonomo, che, pur dipendente in generale dalla produzione e dal commercio, possiede anche una particolare capacità di reazione rispetto a questi ambiti. In uno Stato moderno il diritto non deve solo corrispondere alla situazione economica generale, essere la sua espressione, bensì anche essere un’espressione in sé coerente, che non faccia a pugni con se stessa per le sue contraddizioni. E per il fedele rispecchiamento dei rapporti economici riesce sempre meno a raggiungere questo scopo. E questo tanto più, quanto più di rado si dà il caso che un codice sia l’espressione rozza, non mitigata né alterata del dominio di una classe: ciò sarebbe anzi già di per sé contrario al “concetto di diritto”. Il puro, conseguente concetto di diritto della borghesia rivoluzionaria del 1792-96 è già nel Code Napoléon per più versi alterato, ed in quanto si incarna in esso deve subire quotidianamente ogni sorta di attenuazioni ad opera della crescente potenza del proletariato. Il che non impedisce al Code Napoléon di essere il codice che si trova alla base di tutte le successive codificazioni in tutte le parti del mondo. Così il corso dell’“evoluzione giuridica” consiste per lo più solo nel fatto che dapprima si cerca di eliminare le contraddizioni che scaturiscono dall’immediata trasposizione dei rapporti economici in principi giuridici, e di mettere in piedi un sistema giuridico armonico, e poi l’influenza e la coazione dell’ulteriore sviluppo economico infrangono sempre a loro volta questo sistema, e lo coinvolgono in nuove contraddizioni (parlo qui per il momento solo del diritto civile).

Il riflesso dei rapporti economici in principi giuridici è necessariamente anch’esso capovolto: avviene sempre senza che coloro che agiscono ne siano coscienti, il giurista crede di operare sulla base di principi aprioristici, mentre questi non sono altro che riflessi economici – e così tutto è capovolto. Che poi questo rovesciamento, il quale fin quando resta ignoto costituisce quel che chiamiamo visione ideologica, si ripercuota a sua volta sulla base economica e possa entro certi limiti modificarla mi pare evidente. Il fondamento del diritto ereditario, presupposto lo stesso grado di sviluppo della famiglia, è economico. Ciò nonostante sarà difficile dimostrare che ad esempio l’assoluta libertà di testamento in Inghilterra, la sua forte limitazione in Francia, hanno fin nei minimi particolari cause esclusivamente economiche. Entrambi si ripercuotono invece in modo notevolissimo sull’economia, influenzando la divisione del patrimonio.

Per quel che concerne poi gli ambiti ideologici maggiormente campati in aria, religione, filosofia, ecc., questi hanno a che fare con un patrimonio che risale alla preistoria e che il periodo storico ha trovato e si è accollato – quella che oggi chiameremmo stupidità. Il fattore economico è alla base di queste varie idee sbagliate sulla natura, sulla stessa condizione umana, su spiriti, forze magiche ecc. per lo più solo in modo negativo; il basso sviluppo economico del periodo preistorico ha come complemento, ma talvolta come condizione e persino causa, le idee sbagliate sulla natura. E anche se l’esigenza economica era ed è sempre più divenuta il principale impulso per la progressiva conoscenza della natura, sarebbe da pedanti voler cercare cause economiche per tutte queste stupidità primitive. La storia delle scienze è la storia della graduale eliminazione di questa stupidità, ovvero della sua sostituzione con stupidità nuove, ma sempre meno assurde. Coloro che provvedono a ciò appartengono a loro volta a determinate sfere della divisione del lavoro, e presumono di trattare un ambito indipendente. Ed in quanto essi formano all’interno della divisione sociale del lavoro un gruppo autonomo, le loro produzioni, compresi i loro errori, hanno un influsso che si ripercuote sull’intero sviluppo sociale, persino su quello economico. Con tutto ciò sono però a loro volta essi stessi sotto l’influsso dominante dello sviluppo economico. In filosofia ad esempio è molto facile dimostrarlo per il periodo borghese. Hobbes fu il primo materialista moderno (nel senso del XVIII secolo), ma assolutista nel momento in cui la monarchia assoluta fioriva in tutta Europa, e in Inghilterra iniziava a lottare contro il popolo. Locke in religione come in politica fu figlio del compromesso di classe del 1688! I deisti inglesi ed i loro più coerenti successori, i materialisti francesi, erano gli autentici filosofi della borghesia – i francesi addirittura della rivoluzione borghese. Nella filosofia tedesca da Kant a Hegel penetra la piccola borghesia tedesca – ora in positivo, ora in negativo. Ma come determinato ambito della divisione del lavoro la filosofia di ogni epoca presuppone un determinato materiale concettuale, che le è stato tramandato dai suoi predecessori e dai cui essa prende le mosse. E accade perciò che paesi economicamente arretrati possano avere tuttavia in filosofia una parte di primo piano; la Francia del XVIII secolo nei confronti dell’Inghilterra, sulla cui filosofia i francesi si basavano, più tardi la Germania nei confronti di entrambe. Ma anche in Francia come in Germania la filosofia, come la generale fioritura letteraria di quell’epoca, era altresì risultato di uno slancio economico. È sicura ai miei occhi la supremazia finale dello sviluppo economico anche su questi ambiti, ma essa si esercita all’interno delle condizioni prescritte dal singolo ambito stesso: in filosofia ad esempio tramite gli influssi economici (che a loro volta agiscono per lo più solo nel loro travestimento politico, ecc.) che si esercitano sul materiale filosofico disponibile, tramandato dai predecessori. Qui l’economia non crea nulla ex novo, determina però il modo in cui il materiale concettuale trovato pronto viene modificato e perfezionato, e anche ciò per lo più in modo indiretto, essendo i riflessi politici, giuridici, morali quelli che esercitano sulla filosofia la maggiore influenza diretta.

Sulla religione ho detto l’essenziale nell’ultima sezione su Feuerbach.

Se perciò Barth ritiene che noi neghiamo ogni e qualsiasi ripercussione dei riflessi politici ecc. del movimento economico su questo movimento stesso, combatte semplicemente contro dei mulini a vento. Non ha che da guardarsi il 18 brumaio di Marx, in cui si tratta quasi solo della peculiare funzione che hanno le lotte e gli eventi politici, ovviamente nel quadro della loro generale dipendenza da condizioni economiche. O Il capitale, ad esempio il capitolo sulla giornata lavorativa, in cui la legislazione, che pure è un fatto politico, influisce in modo così decisivo. O il capitolo sulla storia della borghesia (24° capitolo). O ancora, perché combattiamo per la dittatura politica del proletariato, se il potere politico è economicamente impotente? La violenza (cioè il potere statale) è anche una potenza economica!

[…] Quel che manca a questi signori, è la dialettica. Vedono sempre solo da una parte la causa, dall’altra l’effetto. Il fatto che questa sia una vuota astrazione, che nel mondo reale tali metafisiche opposizioni polari si danno solo nei momenti di crisi, mentre tutto il grande corso dello sviluppo avviene nella forma dell’azione reciproca – anche se di forze assai impari, di cui il movimento economico è di gran lunga la più forte, la più originaria, la più decisiva – che qui niente è assoluto e tutto è relativo, questo neanche lo vedono, per loro Hegel non è mai esistito. […]»3.

Friedrich Engels a Franz Mehring, a Berlino

Londra, 14 luglio 1893

«[…] solo oggi mi è possibile ringraziarLa della Leggenda di Lessing molto gentilmente inviatami. Non volevo mandarLe un semplice avviso formale di ricevuta del libro, ma dirLe, al contempo, anche qualcosa in merito al suo contenuto. Di qui il ritardo.

Incomincio con la fine, e cioè con l’appendice “Del materialismo storico”, dove Lei ha riunito in maniera eccellente e convincente per chiunque sia privo di prevenzioni, i fatti principali. Se trovo qualcosa da criticare è che Lei mi attribuisca più merito di quanto mi spetti, e questo, anche se considero tutto ciò che, con il tempo, avrei potuto scoprire autonomamente, ma che Marx, con il suo più pronto coup d’œil e la sua più estesa visione d’insieme, ha scoperto molto più velocemente. Quando si è avuta la fortuna di aver lavorato fianco a fianco, per quarant’anni, con un uomo come Marx, di solito, finché l’altro rimane in vita, non si viene apprezzati come si riterrebbe di meritare; ma una volta morto il più grande, il minore viene allora facilmente sopravvalutato, e questo mi pare sia proprio ora il mio caso.

[…] Quanto al resto c’è un solo punto debole, che però anche negli scritti di Marx e miei non è stato, di regola, sufficientemente accentuato e al cui riguardo siamo tutti egualmente colpevoli. Noi tutti abbiamo cioè dato e dovuto dare il massimo peso alla derivazione, in primo luogo, delle concezioni politiche, giuridiche e delle altre concezioni ideologiche, come delle azioni mediate da queste concezioni, dai fatti economici basilari. Facendo ciò abbiamo finito col trascurare, per il contenuto, l’aspetto formale: il modo e la maniera in cui queste concezioni ecc. si formano. E ciò ha fornito agli avversari una gradita occasione per quei fraintendimenti e travisamenti […].

L’ideologia è un processo che è compiuto, è vero, dal cosiddetto pensatore con coscienza, ma con una falsa coscienza. Le vere forze motrici che lo muovono gli rimangono sconosciute; altrimenti non si tratterebbe appunto di un processo ideologico. Egli si immagina dunque delle forze motrici false o apparenti. Poiché si tratta di un processo di pensiero, egli ne deduce tanto il contenuto che la forma dal pensiero puro, o dal proprio o da quello dei suoi predecessori. Egli lavora con un materiale puramente intellettuale che, senza guardar troppo per il sottile, egli prende come creato dal pensiero e non indaga ulteriormente per trovare un’origine più remota, indipendente dal pensiero, il che è del resto naturale per lui, poiché ogni atto, essendo mediato dal pensiero, gli appare, anche in ultima istanza, fondato sul pensiero.

L’ideologo storico (storico sta qui in modo riassuntivo per politico, giuridico, filosofico, teologico, in breve per tutti i campi che appartengono alla società e non soltanto alla natura), l’ideologo storico ha dunque in ogni campo scientifico una materia che si è formata, in modo indipendente, dal pensiero di generazioni precedenti e che, nel cervello di queste generazioni, succedutesi le une alle altre, ha percorso una propria serie di sviluppi indipendenti. È vero che dei fatti esteriori, appartenenti al proprio o ad altri campi, possono aver contribuito a determinare questa evoluzione, ma questi fatti, secondo la premessa sottintesa, sono essi stessi, a loro volta, semplici frutti di un processo del pensiero, e così continuiamo a rimanere nel regno del pensiero puro che, all’apparenza, ha felicemente digerito anche i fatti più indigesti.

È soprattutto questa apparenza di una storia indipendente delle costituzioni degli Stati, dei sistemi giuridici, delle rappresentazioni ideologiche in ogni campo specifico, che acceca la maggior parte della gente. Quando Lutero e Calvino “superano” la religione cattolica ufficiale, quando Hegel “supera” Fichte e Kant, quando Rousseau con il suo Contrat social repubblicano “supera” indirettamente il costituzionale Montesquieu, questo è un processo che rimane all’interno della teologia, della filosofia, della scienza politica, che rappresenta una tappa nella storia di questi campi del pensiero e non esce affatto dal campo del pensiero. E da quando si è aggiunta a ciò l’illusione borghese del carattere eterno e assoluto della produzione capitalistica, persino il superamento dei mercantilisti da parte dei fisiocrati e di Adam Smith passa per una mera vittoria del pensiero, non come il riflesso intellettuale di fatti economici modificati, ma come la comprensione esatta, finalmente raggiunta, di condizioni reali esistenti sempre e ovunque; se Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto avessero introdotto il libero scambio invece di impelagarsi nelle crociate, ci sarebbero stati risparmiati cinquecento anni di miseria e di stupidità.

Quest’aspetto del problema, cui io qui posso soltanto accennare, l’abbiamo tutti, credo, trascurato più di quanto non meritasse. È sempre la stessa storia: all’inizio viene sempre trascurata la forma per il contenuto. Come ho detto, anch’io ho fatto lo stesso, e l’errore mi è sempre apparso solamente post festum.

[…] A questo è connessa anche la stupida rappresentazione degli ideologi, secondo cui, poiché noi neghiamo alle diverse sfere ideologiche che hanno una funzione nella storia, un’evoluzione storica indipendente, negheremmo ad esse anche ogni efficacia storica. Vi è qui alla base la banale rappresentazione non dialettica di causa e effetto come poli che si oppongono l’un l’altro in modo rigido, l’assoluta ignoranza dell’azione e reazione reciproca. Il fatto che un fattore storico, non appena generato da altre cause in ultima istanza economiche, reagisce a sua volta e può esercitare una reazione sull’ambiente che lo circonda e perfino sulle sue proprie cause, questi signori lo dimenticano spesso in modo quasi premeditato […]»4.

Friedrich Engels a W. Borgius, Breslavia

Londra, 25 gennaio 1894

«[…] 1. Per rapporti economici, che noi consideriamo come base determinante della storia della società, intendiamo il modo in cui gli uomini di una determinata società producono i loro mezzi di sussistenza e scambiano fra di loro i prodotti (nella misura in cui esiste divisione del lavoro). Vi è quindi compresa l’intera tecnica della produzione e del trasporto. Questa tecnica determina, secondo la nostra concezione, anche il modo dello scambio, come pure della distribuzione dei prodotti e quindi, dopo la dissoluzione della società gentilizia, anche la divisione in classi, quindi i rapporti di signoria e di servitù, quindi lo Stato, la politica, il diritto, ecc. Sono inoltre inclusi fra i rapporti economici la base geografica sulla quale essi si manifestano e i residui effettivamente trasmessi di stadi precedenti dell’evoluzione economica, che si sono mantenuti, spesso soltanto per tradizione o per forza d’inerzia, e naturalmente anche l’ambiente che circonda dall’esterno questa forma sociale. Se è vero, come Lei dice, che la tecnica dipende in massima parte dallo stato della scienza, questa dipende, in misura ancora maggiore, dallo stato e dalle esigenze della tecnica. Quando la società ha un’esigenza di natura tecnica, questa aiuta a portare avanti la scienza più di dieci università. Tutta l’idrostatica (Torricelli ecc.) è nata dal bisogno di regolare i torrenti di montagna in Italia nei secoli XVI e XVII. Dell’elettricità sappiamo qualcosa di razionale solo da quando è stata scoperta la possibilità della sua applicazione tecnica. Ma in Germania ci si è purtroppo abituati a scrivere la storia delle scienze come se fossero cadute dal cielo.

2. Noi consideriamo le condizioni economiche come ciò che condiziona, in ultima istanza, l’evoluzione storica. Ma la razza è essa stessa un fattore economico. Vi sono qui però due punti che non devono essere trascurati:

a) L’evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, letteraria, artistica, ecc. riposa sull’evoluzione economica. Ma esse reagiscono tutte anche l’una sull’altra e sulla base economica. Non è che la situazione economica sia la sola causa attiva e tutto il resto nient’altro che effetto passivo. Vi è al contrario un’azione reciproca sulla base della necessità economica che, in ultima istanza, s’impone sempre. Lo Stato, ad esempio, esercita il suo effetto per mezzo dei dazi protettivi, del libero scambio, della buona o cattiva fiscalità. Perfino lo sfinimento mortale e l’impotenza del filisteo tedesco, derivanti dalla situazione economica miserabile della Germania dal 1648 al 1830, che si espressero dapprima nel pietismo, poi nel sentimentalismo e nello strisciante servilismo verso i principi e la nobiltà, non furono senza conseguenze economiche. Questo sfinimento e questa impotenza furono uno dei più grandi ostacoli alla rinascita, e vennero scossi solamente grazie al fatto che le guerre della rivoluzione e di Napoleone fecero passare la miseria cronica allo stato acuto. Non si tratta quindi, come talvolta ci si vuole comodamente immaginare, di un effetto automatico delle condizioni economiche, ma sono gli uomini che fanno essi stessi la loro storia, in un ambiente dato però, che la condiziona, sulla base di rapporti reali, esistenti in precedenza, tra cui i rapporti economici, per quanto possano anch’essi venire influenzati dai rimanenti rapporti politici e ideologici, sono però in ultima istanza i decisivi e formano il filo conduttore che va da un estremo all’altro ed è il solo che permetta di capire.

b) Gli uomini fanno essi stessi la loro storia, ma finora non la fanno, neppure in una determinata società ben delimitata, con una volontà comune, secondo un piano d’insieme. I loro sforzi si contrappongono gli uni agli altri e, proprio per questo, in ogni società di questo genere regna la necessità, il cui complemento e la cui forma di manifestazione è la casualità. La necessità che s’impone qui attraverso ogni casualità è di nuovo, in fin dei conti, quella economica. Qui è il momento di trattare la questione dei cosiddetti grandi uomini. Il fatto che il tale uomo, e precisamente egli, sia comparso in quel momento determinato, in quel determinato paese, è naturalmente un puro caso. Ma sopprimiamolo, e vi sarà l’esigenza di un sostituto, e questo sostituto si troverà, tant bien que mal, ma a lungo andare si troverà. Che proprio Napoleone, questo corso, sia stato il dittatore militare reso necessario dal fatto che la repubblica francese era stremata dalle proprie guerre, fu un caso; ma il fatto che, in assenza di Napoleone, un altro avrebbe preso il suo posto, è provato dal fatto che ogni volta che è stato necessario si è sempre trovato l’uomo adatto: Cesare, Augusto, Cromwell ecc. Se Marx ha scoperto la concezione materialistica della storia, Thierry, Mignet, Guizot e tutti gli storici inglesi fino al 1850 dimostrano che vi era una tendenza in questo senso, e la scoperta della stessa concezione da parte di Morgan dimostra che i tempi erano maturi per essa e che essa doveva necessariamente venire scoperta.

Lo stesso vale per tutti gli altri fatti casuali o apparentemente casuali nella storia. Quanto più l’ambito che stiamo esaminando si allontana dal terreno economico e si avvicina al terreno ideologico puramente astratto, tanto più troveremo che esso presenta nella sua evoluzione degli elementi fortuiti, tanto più la sua curva procede a zigzag. Ma se Lei traccia l’asse medio della curva troverà che, quanto più lungo è il periodo preso in esame e quanto più ampio è l’ambito studiato, tanto più questo asse si avvicina e corre parallelamente all’asse dell’evoluzione economica. […]»5.

Footnotes

  1. - Engels F. Lettera a Konrad Schmidt a Berlino, Londra, 5 agosto 1890 // Marx-Engels. Opere complete. XLVIII. Roma: Editori Riuniti, 1991. P. 465–467. ↩

  2. - Engels F. Lettera a Joseph Bloch a Konigsberg, Londra, 21[–22] settembre 1890 // Marx-Engels. Opere complete. XLVIII. Roma: Editori Riuniti, 1991. P. 492–494. ↩

  3. - Engels F. Lettera a Conrad Schmidt a Berlino, Londra, 27 ottobre 1890 // Marx-Engels. Opere complete. XLVIII. Roma: Editori Riuniti, 1991. P. 518–524. ↩

  4. - Engels F. Lettera a Franz Mehring a Berlino, Londra, 14 luglio 1893 // Marx-Engels. Opere complete. L. Roma: Editori Riuniti, 1994. P. 109–111. ↩

  5. - Engels F. Lettera a W. Borgius a Breslavia, Londra, 25 gennaio 1894 // Marx-Engels. Opere complete. L. Roma: Editori Riuniti, 1994. P. 226–228. ↩

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