Programma

Gli involucri politici del capitalismo nello stadio imperialistico: Un saggio di analisi storico-materialistica

La politica borghese contemporanea offre il quadro di una crisi sempre più profonda della democrazia borghese. Dalla paralisi dei parlamenti europei e dalla dittatura di banche centrali che nessuno ha eletto, fino alla trasformazione delle campagne elettorali in grotteschi spettacoli mediatico-finanziari – le tradizionali istituzioni democratico-borghesi vengono rapidamente svuotate. I commentatori liberali constatano con smarrimento una “crisi delle istituzioni”, l’ondata di demagoghi o la “memizzazione” della politica, confidando invano nel ritorno a un’“età dell’oro” dei compromessi interclassisti. Ma dietro questo caleidoscopio di fatti empirici frammentari si nasconde uno spostamento fondamentale nei meccanismi stessi del dominio di classe. L’articolo che proponiamo costituisce un tentativo di analisi marxista di come si trasforma l’involucro politico del capitalismo nello stadio dell’imperialismo maturo, specialmente in condizioni di crisi strutturale. Respingendo tanto il volgare determinismo economico quanto il superficiale empirismo della politologia borghese, condurremo passo dopo passo il lettore attraverso quattro livelli di analisi: dai fondamenti teorico-metodologici del marxismo ai mutamenti essenziali della macchina statale e, infine, alle loro manifestazioni fenomeniche nella realtà politica della seconda metà degli anni Venti del Duemila. Il nostro compito non è la contemplazione accademica, ma portare la massima chiarezza politica. Per costruire un nuovo partito comunista mondiale capace di spezzare la macchina statale del capitale, la classe operaia deve anzitutto strapparle maschere “democratiche” e imparare a chiamare le forme attuali della dittatura borghese con i loro veri nomi di classe.

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Il 15–17 giugno 2026, sulle rive del lago di Ginevra, nella cittadina termale di Évian-les-Bains – la stessa il cui nome serve ormai da un secolo e mezzo da marchio internazionale di acqua minerale in bottiglia – la Francia ospita il vertice G7, l’ultimo per Emmanuel Macron da presidente in carica. I cortei di limousine blindate bloccano il traffico nella prospera cittadina alpina; dalle finestre si affacciano incuriositi coloro che non hanno ricevuto né l’invito né il pass di servizio. I capi di Stato si stringono la mano davanti alle telecamere per esattamente i secondi richiesti dal protocollo, e pronunciano parole su “partenariato”, “resilienza” e “valori comuni”, scritte per loro dai collaboratori. Quattro giorni prima, a qualche centinaio di chilometri da lì, a Francoforte sul Meno, dove le telecamere non sono affatto ammesse, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha alzato tutti e tre i tassi di riferimento di 25 punti base. Nel Consiglio direttivo siedono sei membri permanenti del comitato esecutivo più i governatori delle banche nazionali dell’eurozona, nessuno dei quali è eletto in modo democratico-borghese, cioè tramite il voto degli elettori europei. Il tasso sui depositi è stato portato al 2,25 %, quello di rifinanziamento al 2,40 %, quello marginale al 2,65 %. Questa decisione colpirà ogni mutuo e ogni prestito dell’eurozona più rapidamente e con maggiore certezza di qualsiasi comunicato finale del G7 sull’inflazione o sulla povertà, del cui superamento esso parlerà.

Ecco la quotidianità della politica borghese nella sua forma più evidente, da vetrina. Il giorno dopo vertici simili, il parlamento eletto a “suffragio universale” apprende nella migliore delle ipotesi da un comunicato stampa una decisione già presa. Tale è il significato reale – nell’epoca dell’imperialismo maturo – di questi “organi di potere”, infetti dal cretinismo parlamentare – malattia i cui sintomi furono magnificamente descritti già a metà dell’Ottocento da Karl Marx. Oggi questi organi, chiamati a legiferare, sono spesso privati essi stessi del diritto di votare. In Francia, dove un anno prima il governo aveva approvato il bilancio d’imperio – in base all’articolo 49.3 della Costituzione della Quinta Repubblica – ai deputati non restava altro che ingoiarlo in silenzio o votare per le dimissioni del governo. Dalla sua rielezione nel 2022, Macron ha fatto ricorso a questo espediente una trentina di volte. Il governo di Élisabeth Borne lo ha utilizzato ventitré volte in meno di due anni, compreso il 16 marzo 2023, proprio per la legge sull’innalzamento dell’età pensionabile a 64 anni. Dopodiché, per far passare una mozione di sfiducia al governo, sono mancati appena nove voti. E ciò mentre, il 7 marzo, secondo l’ammissione dello stesso Ministero dell’Interno francese, 1,28 milioni di persone erano scese in piazza in tutto il paese. La più grande mobilitazione dei lavoratori francesi dal 1968 è stata semplicemente ignorata da un governo che disponeva di un solo articolo della costituzione al posto di qualunque numero di voti nelle piazze. A Michel Barnier, che ha ripetuto lo stesso trucco nel dicembre 2024, è andata peggio: è diventato il primo premier della Quinta Repubblica, dal 1962, a essere costretto alle dimissioni da una mozione di sfiducia. Il periodo successivo, autunno-inverno 2025–2026, ha trasformato questa crisi politica in una condizione permanente: in pochi mesi si sono succeduti due primi ministri (in totale, nel secondo mandato di Macron, sono stati cinque), e il bilancio per il 2026, dopo lunghe trattative, è stato ormai fatto passare tramite una legge speciale, sullo sfondo della paralisi dell’Assemblea nazionale e del crollo del gradimento presidenziale sotto il 25 %. Questa è la situazione in Francia – il cuore politico d’Europa.

“Suffragio universale” o dittatura del capitale che nessuno ha eletto? Esiste una differenza essenziale? Una differenza, certo, c’è – ma non quella che lusinga la democrazia borghese: la dittatura del capitale, almeno, non ha bisogno di mentire sulla propria origine e sul proprio contenuto. La nottola di Minerva, osservava Hegel, spicca il volo solo al calar del crepuscolo. Noi, armati della dialettica materialistica, non aspetteremo il crepuscolo per constatare il fallimento della borghesia, ma sveleremo le cause della sua decomposizione qui e ora.

Impostazione del problema

Oggetto del presente saggio è la forma politica del dominio del capitale – ciò che Lenin chiamava “involucro politico” – nello stadio dell’imperialismo. Il compito non è tenere la cronaca dei governi e dei politici che si succedono, ma applicare a questo materiale il metodo del materialismo storico, distinguendo livelli di analisi la cui confusione è da tempo diventata la norma nella pubblicistica – e, peggio ancora, in quella che si definisce marxista. Costruiamo deliberatamente l’esposizione su quattro livelli – teorico, metodologico, essenziale e fenomenico – perché è proprio la confusione di questi livelli a generare due errori egualmente dannosi: il meccanicismo, che fa discendere la forma politica direttamente dalla categoria economica, come da un’equazione, e l’empirismo, che annega nell’elencazione di fatti – declino dei parlamenti, degenerazione dei partiti, scadimento delle figure politiche – senza svelare ciò che lega questi fatti tra loro.

Non scriviamo per la cattedra né per cortesia accademica verso gli avversari, chiamando le cose e le persone con i loro veri nomi di classe. Il nostro scopo è fornire all’avanguardia di classe coordinate precise per l’azione: chi è il nemico, chi è l’alleato e quale tattica discende da questo schieramento di forze. Non descriviamo il mondo dall’esterno né invochiamo l’azione in generale – elaboriamo un orientamento per la lotta organizzata.

Livello teorico

Il quadro teorico di partenza resta la formula della prefazione a Per la critica dell’economia politica di Marx: l’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, la base reale sulla quale si innalza la sovrastruttura giuridica e politica. Questa formula, tuttavia, fu accompagnata fin dall’inizio, da parte dei fondatori del marxismo, da un insistente avvertimento contro la sua volgarizzazione. Friedrich Engels, nella lettera a Joseph Bloch del 21–22 settembre 1890, indica esplicitamente che la situazione economica è la base, ma che i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i suoi risultati, le costituzioni, le forme giuridiche – esercitano a loro volta un’influenza di ritorno sul corso della lotta storica e in molti casi ne determinano la forma; sarebbe pedanteria, scriveva Engels, ritenere che l’aspetto economico sia l’unico determinante. Nella lettera a Conrad Schmidt del 27 ottobre dello stesso 1890, Engels va oltre, mostrando che il potere statale, una volta sorto dai rapporti economici, acquista rispetto alla società una certa autonomia ed è capace di influire sullo stesso sviluppo economico; vale a dire che i fondatori del marxismo introdussero la categoria dell’autonomia relativa della politica ben prima che Nicos Poulantzas la spacciasse per una propria scoperta. Il caso di questo teorico francese di origine greca, della scuola di Louis Althusser, è istruttivo: gli scolastici da cattedra, di solito, si limitano a tradurre in un gergo pseudoscientifico ciò che la pratica rivoluzionaria ha da tempo dimostrato.

Il secondo pilastro teorico è il rifiuto categorico, da parte di Marx, degli schemi universali e sovrastorici applicati alle forme concrete dell’ordinamento sociale. Nella lettera del 1881 a Vera Zasulič – militante del populismo rivoluzionario russo, passata poi su posizioni marxiste e divenuta una delle fondatrici della socialdemocrazia russa – Marx precisa espressamente che la sua analisi della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale non può essere trasformata in una teoria filosofica universale valida per tutti i popoli in ogni circostanza – un rimprovero che rivolge direttamente a chi vuole fare della sua analisi storica qualcosa di atemporale.1

Prima di trarre qualsiasi conclusione dalla tesi leninista secondo cui «la repubblica democratica e il migliore involucro politico possibile per il capitalismo»2, occorre fissare il limite metodologico di questa stessa tesi. Essa è formulata in Stato e rivoluzione con riferimento a una società borghese matura, già costituita – cioè a un capitalismo che ha già attraversato la fase della propria autodeterminazione politica, quando la questione della forma statale si decide non più nella lotta contro gli assetti precapitalistici, ma all’interno della stessa società borghese, tra le sue proprie forme politiche. Trasferire questa tesi – senza la riserva indicata – al capitale in generale, indipendentemente dallo stadio del suo sviluppo e dal tipo di dominio, sarebbe una violenza metodologica: la trasformazione di un’osservazione storico-concreta, che fissava un determinato stato della società borghese in un determinato momento, in una legge extrastorica, che varrebbe, si pretende per ogni epoca del capitalismo e per ogni sua forma nazionale.

Proprio da ciò discende quanto nel ragionamento iniziale era stato espresso in forma più generale: poiché “il migliore” involucro è una categoria valutativa e, di conseguenza, presuppone l’esistenza di involucri peggiori, il fatto stesso che la repubblica democratica non sia universale nemmeno per gli Stati imperialistici maturi (la Cina non è un’eccezione, bensì un caso esemplare) non è un’anomalia che richieda spiegazione tramite circostanze accidentali, ma una conseguenza diretta del fatto che l’osservazione leninista non aveva fin dall’inizio la pretesa di valere come legge di necessità storica. Lenin non scrisse che la repubblica democratica è l’esito inevitabile dello sviluppo dello Stato borghese in quanto tale; ne scrisse come della migliore tra quelle possibili data una determinata scissione di classe degli involucri, già avvenuta. La possibilità, qui, è una categoria radicata nelle condizioni concrete di una determinata fase storica3, non una possibilità logica astratta, realizzabile in ogni condizione.

Da ciò discende anche una distinzione che riguarda la tattica: la lotta per la repubblica borghese-democratica aveva senso là e allora dove e quando si trattava di portare a termine una rivoluzione democratico-borghese (nella sua base, agraria) incompiuta, cioè di sostituire un involucro precapitalistico con uno capitalistico. Si tratta di un processo progressivo non nel senso di uno sviluppo astratto delle forme statali verso un qualche limite, ma in senso storico-concreto: lo sgombero del terreno per il dispiegarsi della lotta di classe del proletariato nelle sue forme moderne, non arcaiche. Ma non appena questo compito è risolto – non appena il capitalismo in un dato paese ha raggiunto la maturità ed è entrato nello stadio imperialistico – la questione della scelta tra i suoi propri involucri (democratico, autoritario4, fascista) smette di essere una questione di progresso o regresso della forma sociale in generale: nessuno di questi involucri, preso nel sistema del capitalismo imperialistico maturo, esprime un grado più elevato di sviluppo storico rispetto a un altro – sono tutti ugualmente forme di mantenimento del dominio di uno stesso modo di produzione, già pienamente costituito.

La differenza tra questi due casi non è una differenza di grado, ma una differenza di genere: nel primo caso la rivoluzione borghese-democratica non è ancora compiuta, e il portarla a termine spiana oggettivamente la strada alla lotta proletaria; nel secondo essa è da tempo compiuta, e ciascuno dei possibili involucri del capitalismo maturo (compreso quello democratico) serve esclusivamente il compito della riproduzione delle condizioni per l’autovalorizzazione del capitale. Confondere queste due situazioni è proprio quella destoricizzazione estranea alla metodologia marxista: il tentativo di fare di una raccomandazione tattica, valida per l’epoca delle rivoluzioni borghesi incompiute, un orientamento strategico per l’epoca del loro compimento pieno e definitivo. Epoca che Lenin, a differenza dei suoi epigoni, definiva non come prosecuzione della lotta per la “migliore” forma borghese, ma come epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria.

Infine, la categoria stessa di “involucro” in Lenin richiede una precisazione teorica: non è sinonimo di “forma statale” in senso strettamente giuridico, bensì un concetto che fissa la dialettica di forma e contenuto. In Lenin questa categoria è formulata con riferimento allo Stato borghese in generale, indipendentemente dallo stadio del capitalismo: qualunque sia la forma politica – repubblica parlamentare, dittatura militare o qualsiasi altra – in ultima istanza essa resta dittatura della borghesia. La stabilità del contenuto di classe del dominio si conserva attraverso il mutamento storico dei suoi involucri politici – cioè è proprio il contenuto a restare immutato, mentre la forma è plastica e subordinata a esso, e non viceversa. Applicata allo stadio che qui ci interessa, quello del passaggio dal capitalismo monopolistico al capitalismo monopolistico di Stato, questa categoria generale permette di analizzare le trasformazioni storico-concrete della forma politica senza perdere di vista l’invarianza del contenuto di classe. Questa categoria subisce una dogmatizzazione nelle mani degli epigoni proprio quando viene svuotata della propria dialettica: l’“involucro” si riduce a quello stesso concetto formale-giuridico di forma statale da cui eravamo partiti all’inizio – cioè la categoria dialettica si irrigidisce in categoria logico-formale, di cui parleremo più avanti.

Livello metodologico

Lo strumento metodologico chiave, necessario per l’analisi che segue, è la distinzione tra essenza e fenomeno, introdotta da Marx ne Il Capitale: se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente, ogni scienza sarebbe superflua. Applicato al nostro oggetto, ciò significa che i fenomeni empiricamente osservabili – la figura concreta di un capo di governo, l’assetto concreto di una banca centrale “indipendente”, una determinata organizzazione di partito – non sono espressione diretta dell’essenza economica, bensì fenomeni mediati da tutta una serie di anelli intermedi, ciascuno dei quali ha una propria logica e una propria storia.

Il secondo strumento è il metodo dell’ascesa dall’astratto al concreto, descritto da Marx nella lettera a Engels del 2 aprile 1858, in cui espone il piano del manoscritto Per la critica dell’economia politica. L’analisi procede dalle categorie più generali a quelle concrete: «a) Capitale in generale. (Questa è la materia del primo fascicolo.) b) La concorrenza, ossia l’azione reciproca dei molti capitali. c) Credito, dove di fronte ai singoli capitali il capitale figura come elemento universale. d) Il capitale azionario, come la forma più perfetta (che trapassa nel comunismo), insieme a tutte le sue contraddizioni»5. E successivamente l’analisi passa alla realtà storico-concreta di un determinato paese in un determinato momento, laddove ogni passo introduce nuove determinazioni, non deducibili in modo meccanico dal livello precedente.

Applicato alla questione della crescita del ruolo delle autorità monetarie, ciò significa: dalla categoria di capitale finanziario alla forma storico-concreta dell’apparato statale – l’indipendenza della Federal Reserve (Fed) o l’architettura del Fondo monetario internazionale (FMI) – si estende tutto un livello di mediazioni (la concreta lotta di classe negli Stati Uniti di fine anni Sessanta, la concreta strategia di concreti gruppi di funzionari statali), che non si può scavalcare senza cadere nel volgare determinismo economico contro cui già metteva in guardia Engels.

Un terzo modello metodologico Marx lo offre ne Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte – testo che va letto proprio come una guida metodologica all’analisi della personalità politica e della forma statale, non come un pamphlet su un cialtronesco avventuriero. Marx rinuncia deliberatamente alla versione della storia che attribuisce il ruolo decisivo al caso o alle qualità personali di Luigi Bonaparte («soltanto la caricatura del vecchio Napoleone»6, per usare la sua stessa espressione), e mostra come una determinata configurazione delle forze di classe – la paralisi reciproca di borghesia e proletariato, l’impossibilità per nessuna delle due classi di dominare apertamente – generi un potere esecutivo che “aleggia” sopra la società e acquista un’apparenza di autonomia proprio in virtù di questa paralisi. Questo è il metodo storico-materialistico esemplare per l’analisi della rappresentanza politica: non la valutazione dei meriti personali, bensì lo svelamento di quale configurazione di forze di classe renda possibile e necessaria proprio quella, e non un’altra, figura politica.

A conclusione di questa sezione, enunciamo una regola metodologica che vale la pena fissare senza giri di parole: un’osservazione valida per una determinata fase storica, se dogmatizzata, si trasforma proprio in quell’errore da cui il materialismo storico stesso è metodologicamente al riparo, ma da cui non sono al riparo i suoi epigoni sistematizzatori.

È proprio qui che occorre mettere in guardia contro una tendenza profondamente errata, meccanicistica, sebbene travestita da ortodossia marxista, a elevare il pensiero leninista sulla democrazia borghese come “miglior involucro” al rango di una sorta di forma ultima, verso cui tenderebbero nel loro sviluppo tutti gli involucri del capitalismo – una legge fatalistica di una trionfante “democrazia imperialistica”. Secondo questo schema scolastico, quanto più alta è la concentrazione del capitale monopolistico, tanto più, a quanto si sostiene, diventerebbe solida, stabile e universale la forma borghese-democratica.

Il crudo dato empirico, tuttavia, è che anche nella nostra epoca di capitalismo stramaturo, la forma borghese-democratica compiuta non è né universale né la più diffusa: secondo The Economist Democracy Index 2025, alla categoria delle “democrazie piene” (full democracies) appartengono soltanto 26 paesi sui 167 analizzati, cioè anche secondo i criteri assai limitati della stessa borghesia (nella persona dei suoi ricercatori soggettivamente onesti dal punto di vista scientifico) possono essere senza forzature attribuiti alla categoria “democratica” poco più del 13 % dei 195 Stati universalmente riconosciuti. Anche aggiungendovi i paesi che The Economist classifica come “democrazie imperfette” (flawed democracies), si ottiene un risultato sensibilmente inferiore alla metà dei paesi analizzati dal settimanale britannico.

Un simile determinismo economico è un tradimento diretto della dialettica materialistica. Esso sostituisce l’analisi della reale disgregazione delle istituzioni borghesi con una cieca fede nella loro incrollabilità, facendo discendere la forma politica direttamente dal livello di sviluppo delle forze produttive, come da un’equazione matematica. In realtà, quando il capitale finanziario urta contro i limiti dell’accumulazione ed esaurisce le riserve materiali per il compromesso interclassista, esso non rafforza l’involucro borghese-democratico, ma ne svuota ogni contenuto. Attendersi oggi il trionfo e il consolidamento su scala mondiale di una “democrazia imperialistica”, chiudendo gli occhi sull’alienazione delle masse, sulla paralisi dei parlamenti e sullo scivolamento della borghesia verso forme tecnocratiche e autoritarie di diktat diretto, significa sostituire all’analisi marxista della putrefazione capitalistica un’apologetica oggettivistica.

La categoria di “involucro”, presa da Lenin, funziona all’interno del concetto di democrazia imperialistica come uno dei suoi momenti logici, non come un’etichetta già pronta: è legittima finché resta un’ipotesi di lavoro, che richiede verifica sul materiale concreto di ogni nuova congiuntura, e si trasforma in dogma nel momento in cui diventa una cornice deduttiva a priori, sotto cui si fa rientrare retroattivamente qualunque fase politica.

Livello essenziale

Al livello dell’essenza si tratta di quella relazione necessaria che lega un dato stadio dell’accumulazione del capitale alla forma di dominio politico ad esso adeguata – ma proprio come tendenza, non come legge rigida di corrispondenza univoca. La tesi leninista, a questo livello, afferma: al raggiungimento di una determinata maturità dei rapporti di merce-denaro e dell’inclusione della classe operaia nella dipendenza di mercato, la coercizione economica di per sé garantisce la riproduzione dello sfruttamento con tale efficacia che lo Stato non ha bisogno di ricorrere sistematicamente alla violenza aperta – da qui la preferibilità funzionale della forma democratico-borghese proprio in questo stadio.

Rivolgiamoci a studiosi lontani dal marxismo.

Franz Leopold Neumann era un giurista tedesco e socialdemocratico: fuggì dal nazismo negli Stati Uniti, e durante la Seconda guerra mondiale lavorò per l’Office of Strategic Services – futura CIA. Questa circostanza impone di apprezzare le sue osservazioni come il lavoro onesto di un analista borghese coscienzioso, e, nel periodo di Washington, direttamente statale. L’analisi essenziale dello stadio monopolistico da lui condotta in Behemoth (1942) mostra che la crescita del capitale monopolistico non si limita a richiedere un nuovo involucro politico al posto di quello borghese-democratico ormai logoro. Nel caso del nazismo, essa genera la disgregazione dell’unità stessa dello Stato di diritto in blocchi di potere concorrenti, non unificati da un ordinamento giuridico comune – il partito, la burocrazia, l’esercito, il capitale monopolistico, tenuti insieme non dal diritto né dall’ideologia, ma dal profitto e dal terrore. Da qui traiamo una conclusione di principio, sul piano dell’essenza: l’alternativa al “miglior involucro”, a un certo stadio, non è un altro involucro stabile, ma la sua crisi strutturale. Tuttavia, un conflitto di competenze all’interno dell’apparato statale non significa affatto la scomparsa dello Stato in quanto tale.

Carl Schmitt era un giurista apertamente reazionario: nel 1933 aderì al partito nazista (NSDAP) e si guadagnò in seguito, dai contemporanei, il soprannome esatto di “giurista della corona del Terzo Reich”. Questa circostanza impone di leggere le sue costruzioni non apologeticamente, ma rigorosamente in chiave sintomatica – come una diagnosi della crisi dei meccanismi di giustificazione ideologica della dittatura del capitale, posta da un nemico dichiarato della classe operaia. E tuttavia è proprio in lui che troviamo due tesi produttive: la distinzione tra dittatura sovrana e dittatura commissaria, nonché la tesi sulla crisi strutturale dei cosiddetti “principi di legittimazione” del parlamentarismo liberale, o più precisamente sulla crisi strutturale dei cosiddetti “istituti di copertura ideologica” del potere del capitale. Traducendo dal linguaggio da cattedra a quello marxista: si tratta della crisi della capacità dello Stato borghese di continuare a spacciare il dominio di classe per causa comune di tutti i cittadini. Entrambe queste tesi possono essere inserite nell’apparato concettuale per descrivere gli stati intermedi, duraturi, tra la forma democatico-borghese “normale” e la sua crisi strutturale.

In questa fase del ciclo politico, la fusione dei giganteschi monopoli con l’apparato statale rende superflua la conservazione delle orpelli democratici. Sorge uno stato d’eccezione in cui la borghesia governa attraverso cricche terroristiche o tecnocratiche, senza più bisogno di mascherare la propria dittatura con un consenso “di tutto il popolo”.

Occorre tuttavia distinguere lo stato d’eccezione giuridico da una tendenza politica di lungo periodo alla sospensione o all’aggiramento delle ordinarie procedure democratiche. La fusione dei monopoli con l’apparato statale può restringere lo spazio della mediazione democratica e rafforzare le tendenze tecnocratiche o autoritarie. La borghesia, tuttavia, può anche non rinunciare ai meccanismi democratici: essi continuano ad assolvere funzioni di legittimazione, di integrazione e di regolazione dei conflitti. La dinamica dipende, tra l’altro, dal rapporto di forze tra le classi e dalla capacità della classe operaia di lottare in modo organizzato tanto contro “Kornilov” quanto contro “Kerenskij”.

A questo stesso livello si colloca il rapporto essenziale tra lo stadio del capitale finanziario (come lo definisce Lenin in L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, sulla scia dell’analisi del capitale fittizio in Marx ne Il Capitale) e l’apparato statale-burocratico. Il nesso essenziale è qui reale: il dominio dell’oligarchia finanziaria crea una pressione oggettiva verso la sottrazione delle decisioni distributive alla sfera degli organi dipendenti dall’esito delle elezioni, e il loro trasferimento a istanze tecnocratiche – non una “depoliticizzazione” in senso neutro-accademico, ma la diretta messa al riparo della questione di chi paga per la crisi dell’accumulazione del capitale dal controllo, già di per sé limitato, del suffragio “universale”.

La Commissione europea, il FMI e la BCE partecipano all’organizzazione delle condizioni generali di riproduzione del capitale e possono limitare lo spazio delle decisioni nazionali; tuttavia non costituiscono un soggetto unitario ed esprimono compromessi e contraddizioni tra gli Stati e le frazioni del capitale. La via d’uscita da queste contraddizioni non si realizza automaticamente, bensì attraverso una concreta lotta politica su chi otterrà, e a quali condizioni, la gestione della crisi di fiducia relativa a questa fase dell’accumulazione. Proprio per questo lo stesso spostamento essenziale si incarna, in paesi diversi, in forme storico-concrete diverse dell’apparato statale e sovrastatale: la banca centrale “indipendente” di modello statunitense, l’assetto sovranazionale della Banca centrale europea, il regime di condizionalità del credito7 del FMI, con l’effettiva limitazione della sovranità del debitore.

Quest’ultimo caso si può illustrare concretamente: nell’aprile 2022 lo Sri Lanka ha dichiarato default sul debito estero per un importo complessivo di circa 51 miliardi di dollari (a fronte di un debito pubblico complessivo superiore agli 83 miliardi), e nel marzo 2023 ha ottenuto dal FMI un prestito di 2,9 miliardi di dollari al prezzo di un brusco aumento delle tasse, del congelamento degli stipendi dei dipendenti pubblici e dell’innalzamento del tasso di riferimento della banca centrale dal 6 al 16,5 %; nei due anni successivi la produzione industriale dell’isola è calata di un quarto, lo stipendio medio nel settore pubblico è sceso dall’88 al 62 % del PIL pro capite, e oltre un quarto della popolazione del paese si è ritrovato sotto la soglia ufficiale di povertà – il che ha provocato imponenti scioperi nazionali e la resistenza dei partiti parlamentari di opposizione. Il meccanismo del credito condizionato consente così di porre la questione di quanto le decisioni chiave sulla ripartizione dei costi della crisi rispondano agli elettori del paese debitore.

Il secondo esempio è ancora più eloquente: nel giugno 2018 il FMI approvò per l’Argentina il più grande prestito della propria storia – 57 miliardi di dollari, concesso a fronte dell’impegno a ridurre il deficit di bilancio e a passare a un tasso di cambio del peso a fluttuazione libera; già nel 2021 il Fondo, in una propria valutazione, fu costretto ad ammettere che il programma «non aveva raggiunto gli obiettivi dichiarati»; a ciò si aggiunge che i funzionari del FMI non rispondono politicamente di fronte all’elettore argentino. L’affinità sostanziale di queste forme sta nella funzione di estromissione del conflitto distributivo dalla sfera della competizione democratico-borghese; la molteplicità fenomenica della loro costruzione concreta è già oggetto del livello successivo, quello fenomenico, dell’analisi.

Una trasformazione essenziale subisce, nello stadio imperialistico, anche la funzione di partiti e sindacati come istituzioni mediatrici tra le classi e lo Stato. Nello stadio dell’imperialismo “giovane”, queste istituzioni svolgono la funzione del compromesso interclassista, cioè il loro ruolo essenziale consiste nell’organizzare il consenso attraverso concessioni reali, sostanziali. Man mano che l’imperialismo “matura” e la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico si approfondisce, in particolare in assenza di un movimento operaio organizzato di una qualche rilevanza – assenza condizionata, tra l’altro, dalle sconfitte storiche del proletariato e dall’eredità nefasta dello stalinismo –, la funzione essenziale di queste istituzioni si sposta dall’ampliamento della base materiale del consenso alla sua mobilitazione ideologica e alla sua amministrazione di apparato, con un margine per le concessioni sempre più ristretto – il che conduce necessariamente, a livello di essenza, alla loro fusione con l’apparato statale e alla perdita di radici sociali autonome.

Una ristrutturazione essenziale subisce, al tempo stesso, lo stesso apparato di produzione del consenso. Finché esisteva ancora un margine sostanziale di concessioni, questa funzione era svolta dal partito e dal sindacato – istituzioni che richiedevano quantomeno un’appartenenza formale, un programma, una disciplina. Man mano che si svuotano, la funzione di produzione del consenso non scompare, ma passa a un altro apparato – l’apparato di gestione dell’attenzione, e qui lo stadio del capitale finanziario si salda con ciò che già nel 1905, nell’articolo Organizzazione di partito e letteratura di partito, fissava Lenin: la “libertà di stampa” nella società borghese è la libertà per chi ha i soldi per la carta e la tipografia – cioè la proprietà privata dei mezzi di produzione degli strumenti per raggiungere il consenso, rivestita della forma di un diritto civico generale. Finché questo mezzo di produzione – la macchina da stampa, più tardi la licenza per frequenze radio-televisive – restava relativamente disperso, esso era almeno in parte accessibile a partiti e sindacati; nello stadio del capitale finanziario maturo esso si centralizza nelle mani di un numero molto più ristretto di monopoli privati e dello Stato, e la stessa operazione di produzione del consenso si estetizza – passa dalla persuasione sostanziale alla gestione della risposta emotiva.

Walter Benjamin – filosofo e critico letterario tedesco, vicino all’Istituto di Francoforte per la ricerca sociale, suicida nel 1940 dopo aver preso coscienza dell’impossibilità di sfuggire all’occupazione nazista – nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936) indicò il legame tra l’estetizzazione della politica e il fascismo: alle masse, private della possibilità di modificare i rapporti di proprietà, il fascismo offre la possibilità di esprimersi esteticamente.

Oggi questo fenomeno non si limita alle piattaforme più recenti. Prendiamo, ad esempio, l’impero mediatico di Silvio Berlusconi nell’Italia degli anni Novanta–Duemila, oppure la subordinazione della radiotelevisione ungherese a strutture vicine al partito di Viktor Orbán dopo il 2010, e, nella forma più compiuta, monopolistico-statale, la distruzione della televisione “indipendente” nella Russia putiniana. Nella notte del 14 aprile 2001, l’holding “Gazprom-Media”, controllata da Gazprom, sostituì senza il consenso del proprietario la dirigenza del più grande canale privato del paese, NTV, e due anni dopo la stessa sorte toccò, con altri pretesti, a TV-6 e al suo successore TVS, cosicché verso la metà degli anni Dieci tutti e tre i canali televisivi federali terrestri si ritrovarono in proprietà diretta o indiretta dello Stato – non del capitale privato in cerca della lealtà del potere, come nel caso di Berlusconi, e non di un partito che fa pressione sul regolatore, come nel caso di Orbán, ma dello stesso apparato statale, fuso direttamente con il monopolio, senza anelli intermedi. Tutti questi fatti dimostrano che la monopolizzazione e l’estetizzazione della produzione del consenso sono una tendenza che non nasce con Internet, ma raggiunge soltanto nell’epoca digitale la propria forma più sviluppata, algoritmica.

Esattamente la stessa diagnosi pone negli ultimi anni anche dalla pubblicistica liberale – ne è un esempio l’articolo “La memizzazione della politica”, pubblicato il 18 febbraio 2026 su The Moscow Times, testata liberale antikremliniana in lingua russa, operante in emigrazione e vietata in Russia: i suoi autori registrano con precisione il fenomeno – la gestione dello Stato tramite meme virali, la monetizzazione dell’attenzione, l’“autoritarismo ironico” – ma lo spiegano attraverso la coppia liberale “legittimità istituzionale / autoritarismo”, cioè attraverso la stessa categoria idealistica di cui abbiamo analizzato sopra l’infondatezza sul materiale di Schmitt. Tradotta nel linguaggio delle categorie di questo saggio, la “memizzazione” non è altro che l’alienazione delle masse dalla politica reale. L’illusione della partecipazione politica viene qui sostituita da un diktat ideologico dei monopoli, che trasformano la politica in spettacolo.

Tuttavia, la legge dello sviluppo ineguale economico e politico del capitalismo, formulata da Lenin, impone che il capitale monopolistico, nei diversi anelli del sistema mondiale, generi forme storico-concrete qualitativamente diverse di involucro politico. Se nelle vecchie metropoli imperialistiche la dittatura del capitale è nascosta dietro una facciata parlamentare svuotata e dietro la gestione tecnocratica delle banche centrali, nei centri concorrenti di accumulazione del capitale – Cina, Russia, Iran – il potere statale assume la forma di una fusione più diretta e direttiva dei monopoli con l’apparato militare-burocratico: non per una qualche specificità di civiltà, ma perché la concentrazione di plusvalore necessaria per sfondare le barriere della divisione imperialistica del lavoro già consolidata richiede una coercizione extraeconomica di un’entità incompatibile con il mantenimento di una facciata borghese-democratica.

Occorre fare una precisazione metodologica di primaria importanza. Il consolidamento del capitalismo monopolistico di Stato e l’irrigidimento autoritario (o tecnocratico) dell’involucro politico non significano in alcun modo la scomparsa della concorrenza o la trasformazione della classe dominante in un monolite. Come indicava Lenin, il monopolio non elimina la concorrenza, ma esiste sopra di essa e accanto ad essa, generando per ciò stesso contraddizioni particolarmente acute. Dal punto di vista del materialismo storico, lo Stato borghese non è un soggetto unitario, dotato di volontà propria, ma un’arena di lotta continua tra le diverse frazioni del capitale (finanziario, industriale, delle materie prime, tecnologico, militare-industriale). Il mutamento dell’involucro politico significa soltanto il mutamento della scena istituzionale su cui si svolge questa lotta intraclassista – lo spostamento del baricentro dai parlamenti pubblici verso gabinetti burocratici chiusi, consigli di sicurezza o consigli d’amministrazione delle banche centrali.

Livello fenomenale

Al livello del fenomeno, i rapporti essenziali sopra descritti si presentano sotto forma di forme istituzionali concrete e personalità osservabili, ciascuna delle quali richiede una propria spiegazione storico-concreta, non derivabile in via deduttiva dal livello essenziale.

Così, le figure di Adenauer – fedele servitore del grande capitale della Germania occidentale, che comprò la pace sociale al prezzo dell’inserimento della burocrazia sindacale nell’istituto della cogestione (Mitbestimmung), di de Gaulle – salvatore di tipo autoritario della borghesia francese dalle conseguenze della propria stessa incapacità coloniale e militare, e di Roosevelt – amministratore degli interessi del capitale americano nel momento del suo più profondo spavento post-crisi davanti alla prospettiva di un’esplosione sociale – appartengono a una concreta situazione storica di crisi politica, che richiedeva una funzione costituente: la costruzione di un nuovo compromesso interclassista e la risoluzione di ciò che la politologia borghese chiama crisi di sovranità, e che dal punto di vista marxista è crisi del potere del capitale di fronte a un reale movimento operaio organizzato. Merz – cancelliere che ha ereditato la morsa di bilancio dell’Unione europea, che la sua stessa classe ha approvato; Macron – presidente che utilizza l’articolo 49.3, un qualche analogo del quale i governi borghesi utilizzano ovunque per sostituire la maggioranza parlamentare che non hanno; Trump – magnate dei media che ha comprato all’ingrosso il Partito Repubblicano esattamente nel momento in cui il suo involucro cartellizzato8 si è definitivamente svuotato dall’interno – agiscono, al contrario, in una situazione in cui i parametri sostanziali della politica economica sono fissati non astrattamente “dall’esterno”, ma da un concreto avversario di classe: le regole di bilancio dell’Unione europea, l’indipendenza delle banche centrali, le condizioni delle istituzioni creditizie internazionali, mentre la loro funzione si riduce all’amministrazione di una cornice data e alla gestione della fiducia residua delle masse.

Fenomenicamente ciò si manifesta in fatti documentati: nell’utilizzo da parte di Macron dell’articolo 49.3 della Costituzione; nella cartellizzazione del Partito Repubblicano statunitense, che ha reso possibile la sua conquista da parte di un outsider mediatico; nel calo d’influenza elettorale dei tradizionali partiti di massa – SPD, CDU/CSU, FDP e i Verdi – in Germania, a fronte della crescita del peso dell’AfD. Nel settembre 2024, per la prima volta nella storia postbellica della Germania, un partito di estrema destra ha vinto elezioni regionali, ottenendo il 32,8 % dei voti in Turingia contro il 23,6 % della CDU, e si è classificato secondo in Sassonia con il 30,6 %, con appena l’1,3 % di distacco dalla CDU, mentre la nuova formazione Alleanza Sahra Wagenknecht ha ottenuto il 15,8 % in Turingia e l’11,8 % in Sassonia, sottraendo voti non tanto all’AfD quanto alla Linke, che in Turingia ha perso quasi 18 punti percentuali.9

Un ruolo non trascurabile nella crescita del sostegno elettorale all’AfD lo ha svolto l’intervento diretto del proprietario della piattaforma X (ex Twitter), Elon Musk. Nel dicembre 2024 ha scritto laconicamente su X: «Solo l’AfD può salvare la Germania», e il 9 gennaio 2025 ha condotto con la leader dell’AfD Alice Weidel una diretta di un’ora, che ha raccolto circa 200.000 ascoltatori, e ha pubblicato in suo sostegno un articolo d’opinione sul giornale Welt am Sonntag. Il governo tedesco e la Commissione europea hanno pubblicamente definito questo un’ingerenza di uno Stato estero nelle elezioni, ma non hanno incontrato da parte della piattaforma alcuna reazione, perché il mezzo di produzione degli strumenti per raggiungere il consenso, in questo caso, era di proprietà privata della stessa persona che se ne è servita.

La forma più sfacciata, quasi caricaturale, della fusione di questo apparato di produzione con il capitale finanziario l’ha assunta nei primi giorni del secondo mandato di Trump. Il 17–18 gennaio 2025, due giorni prima dell’insediamento, Trump ha emesso sulla blockchain Solana un proprio token meme, $TRUMP; in 48 ore la sua capitalizzazione a offerta pienamente diluita ha raggiunto i 72 miliardi di dollari, mentre l’80 % dell’emissione è rimasto nelle mani di due strutture legate alla Trump Organization – CIC Digital LLC e Fight Fight Fight LLC, che percepiscono una commissione su ogni transazione; verso la metà del 2026 la capitalizzazione era crollata di quasi il 98 %, ma l’episodio in sé è notevole non come curiosità, bensì come conclusione logica di una tendenza: la lealtà politica qui è letteralmente messa in circolazione come un titolo finanziario, e i suoi detentori hanno un interesse materiale non nella lotta politica sostanziale, ma nel sostenere la quotazione – cioè nel silenzio. Abbiamo davanti l’apoteosi del capitale fittizio, in cui oggetto della speculazione di borsa diventa la reazione politica stessa, non garantita da nulla se non da una bolla finanziaria parassitaria, destinata a un inevitabile crollo.

In Francia, la crisi strutturale dell’involucro politico assume la forma del fallimento della stessa architettura istituzionale della Quinta Repubblica. Costruita nel 1958 come risposta apertamente autoritaria della grande borghesia alla debolezza e all’instabilità della Quarta Repubblica parlamentare, questo modello garantiva il dominio del potere esecutivo (il presidente) su quello legislativo solo a condizione dell’esistenza di una maggioranza docile di partiti-cartello. Oggi, in condizioni di totale frammentazione del campo partitico, questo sistema “iperpresidenziale” gira a vuoto. Da qui la paralisi di governo, in cui il parlamento cerca di recuperare i diritti perduti bloccando qualsiasi iniziativa del governo, mentre il presidente ricorre sistematicamente alla dittatura dei decreti. L’infinita girandola di primi ministri, che si convincono via via della vanità del dialogo con l’Assemblea nazionale, e la fuga dei politici di orientamento centrista dalla nave che affonda del macronismo (compresi gli appelli alle dimissioni anticipate del presidente da parte di suoi ex alleati come Édouard Philippe, o la presa di distanza di Gabriel Attal) non sono semplicemente agitazione in vista delle elezioni del 2027, ma il sintomo del fatto che il consenso politico del vecchio capitale si è esaurito. Ogni nuovo governo abroga ciò che aveva fatto quello precedente.

A livello del fenomeno, la trasformazione dei partiti è descritta da una sequenza concreta, empiricamente tracciabile, di forme organizzative del partito borghese – stabilita ormai non dalla sociologia marxista, ma da quella politica borghese, empiricamente coscienziosa. Otto Kirchheimer fu un politologo tedesco-americano: nella Repubblica di Weimar allievo di Carl Schmitt, in emigrazione collaboratore per lunghi anni dell’Istituto di Francoforte per la ricerca sociale. Questa doppia appartenenza è significativa: il declino del parlamentarismo borghese fu registrato, nell’Europa tra le due guerre e nel dopoguerra, da osservatori dei più diversi schieramenti politici. Nel saggio The Transformation of the Western European Party Systems (1966) e nel precedente articolo The Waning of Opposition in Parliamentary Regimes (1957), egli descrisse il passaggio dal partito di integrazione di massa, dotato una base di iscritti numerosa e di un legame organico con la classe, al “partito pigliatutto” (catch-all party). Dietro questo termine della sociologia elettorale borghese il marxista occorre vedere una cosa semplice: un partito che diluisce la precedente identità ideologica e sociale per ampliare il proprio bacino elettorale. Ciò non significa la scomparsa automatica della sua funzione di classe, che va determinata in base al programma, ai finanziamenti, alla composizione dei quadri, alle decisioni politiche e agli appoggi sociali. Richard Katz e Peter Mair, comparativisti liberali della scuola di studi elettorali, estranei a qualsiasi metodologia marxista, registrarono nondimeno con coscienziosità un fatto di cui la loro stessa teoria non è in grado di spiegare le cause: nell’articolo del 1995 Changing Models of Party Organization: The Emergence of the Cartel Party descrissero la fase successiva – la fusione dei partiti con l’apparato statale, il finanziamento pubblico e la perdita di radici sociali autonome. Lo stesso Mair, nel libro Ruling the Void (2013), portò la diagnosi all’estremo, constatando lo svuotamento del partito in quanto tale, distinguendo un “partito sul territorio” sempre più fittizio e un reale “partito nelle istituzioni”.

Ancora una volta l’accademia borghese, nel proprio gergo, è costretta oggi a constatare ciò che i marxisti avevano previsto da tempo. Così Lenin indicò ripetutamente che nell’epoca dell’imperialismo il parlamento borghese si trasforma inevitabilmente in un “mulino a chiacchiere”, mentre il potere reale si sposta in dicasteri burocratici chiusi, negli stati maggiori e nei gabinetti delle banche, e che i vecchi partiti socialdemocratici e i classici partiti borghesi si sono definitivamente trasformati in strumenti al servizio del capitale finanziario, perdendo per sempre la capacità di esprimere interessi autonomi qualunque ampio strato della popolazione.

La dinamica sindacale offre fenomenologicamente un quadro a due fasi: la fase dell’integrazione burocratica dei sindacati fordisti di massa, dotati di una reale forza di sciopero, cede il passo, a partire dalla svolta degli anni Settanta–Ottanta, a una fase di costante declino della densità di iscrizione e della capacità di sciopero. Date simboliche di questa svolta sono l’agosto 1981, quando l’amministrazione Reagan licenziò in un colpo solo oltre 11.000 controllori di volo in sciopero del sindacato PATCO e per anni vietò loro di lavorare in enti federali, e lo sciopero dei minatori britannici del 1984–1985, concluso dopo dodici mesi di scontro con la sconfitta del Sindacato nazionale dei minatori a opera del governo Thatcher – entrambi gli episodi non furono un declino spontaneo, ma un’operazione di classe deliberatamente condotta per distruggere in modo esemplare il nucleo sindacale combattivo. Questa stessa tendenza è aggravata dal mutamento della struttura dell’economia, legato alla delocalizzazione di parte della produzione industriale verso paesi con una più bassa composizione organica del capitale, e dalla successiva crescita dell’occupazione in regime di appalto e di lavoro su piattaforma – non la “gig economy”, come si usa chiamarla nella stampa borghese, bensì semplicemente una nuova spirale di asservimento del lavoro salariato e di espansione dell’esercito industriale di riserva attingendo ai formalmente autonomi, privi tanto del diritto di sciopero quanto delle minime garanzie sociali – il che si manifesta fenomenicamente nella scomparsa della necessità di negoziati sostanziali con una controparte organizzata e forte.

Infine, un fenomeno istituzionale in cui si concretizza il rapporto essenziale tra capitale finanziario e forma statale è la sottrazione, storicamente ricostruibile, della politica monetaria statunitense al controllo degli organi elettivi, documentata nel dettaglio da Greta Krippner – sociologa americana di scuola critica, ma non affatto marxista – nel libro Capitalizing on Crisis (2011): la deregolamentazione del settore finanziario e il trasferimento alla Fed di un potere discrezionale, di fatto non controllato da nessuno, non furono una strategia pianificata in anticipo, ma si formarono come reazione affrettata dei funzionari statali a una concreta crisi di potere di fine anni Sessanta–Settanta. Simbolo di questa svolta è la figura di Paul Volcker, banchiere di Wall Street, posto nell’agosto 1979 a capo della Fed proprio per spezzare le aspettative inflazionistiche al prezzo di una recessione deliberatamente provocata: il tasso di riferimento, portato sotto di lui a circa il 20 %, non fu una manovra tecnica di un esperto indipendente, ma una decisione politica diretta di scaricare i costi della crisi dell’accumulazione sulla classe operaia – una decisione presa fuori da qualsiasi programma di partito e da qualsiasi nuova elezione. Lo stesso espediente – decidere il destino di un intero continente senza alcuna partecipazione degli elettori – fu utilizzato nel luglio 2012 dal presidente della BCE Mario Draghi, banchiere già a capo della filiale europea di Goldman Sachs. La frase da lui pronunciata a Londra sulla disponibilità a fare «tutto il necessario» per salvare l’euro, seguita dal lancio, senza alcuna votazione, del programma di operazioni monetarie dirette (Outright Monetary Transactions; OMT), fermò in un istante la crisi del debito dell’eurozona – e in un istante mostrò quale parola, nell’Unione europea, pesi più di quella di qualsiasi parlamento eletto.

A livello interstatale si concretizza lo stesso spostamento essenziale. Come mostrano in The Making of Global Capitalism (2012) Leo Panitch e Sam Gindin – teorici piccolo-borghesi di orientamento New Left, la Fed si è trasformata in un centro di gestione di fatto del sistema finanziario mondiale. È una forma statale in cui la tesi leninista sull’esportazione di capitale trova la propria continuazione non più sotto forma di dominio coloniale diretto, ma sotto forma di una disciplina monetaria formalmente tecnica, imposta agli Stati più deboli del sistema imperialistico mondiale.

Forme di involucro politico del tutto diverse, ma ugualmente regolari, osserviamo al di fuori delle vecchie metropoli imperialistiche. Tre casi illustrano la legge già stabilita a livello di essenza: in Cina, l’involucro politico è l’apparato partito-Stato del PCC, fuso con le maggiori imprese – e anche qui il monopolio non elimina la concorrenza dei capitali, come ha chiaramente dimostrato la repressione del monopolio di piattaforma di Jack Ma e il blocco dell’IPO di Ant Group nel 2020–2021, nell’interesse del settore finanziario statale e del complesso militare-industriale. In Russia, l’imperialismo militare-burocratico, formatosi su una base di materie prime e capitalismo monopolistico di Stato, allo stesso modo non elimina la lotta tra le frazioni del capitale – essa si svolge non nella Duma, ma sotto il tappeto del potere esecutivo, per poi riemergere di tanto in tanto in superficie, sia con le ossa gettate fuori di un ennesimo “bulldog” sconfitto, sia con scontri pubblici tra il blocco finanziario e i lobbisti del complesso militare-industriale. In Iran, l’involucro “teocratico” del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Pasdaran) e dei “bonyad” nasconde la stessa logica: la lotta permanente tra l’impero militare-economico dei Pasdaran e il tradizionale capitale commerciale del bazar iraniano per una quota degli appalti statali.

La veste ideologica di tutti e tre i regimi – le tesi sull’“unicità di civiltà”, sul “mondo multipolare” o sulla “difesa dei valori tradizionali” – svolge la stessa funzione dei discorsi sulla “democrazia contro l’autoritarismo” nel campo delle vecchie metropoli: maschera il contenuto di classe del regime dietro una fraseologia nazionalistica o di “civiltà”. Le correnti staliniste, trotskiste e altri “campisti”10 contemporanee, che prendono questa fraseologia per moneta sonante e difendono uno dei campi imperialistici come antimperialista, ripetono – su nuovo materiale e in una nuova fase storica – il tradimento dei socialsciovinisti della Seconda Internazionale, e sono per ciò stesso dirette complici della borghesia mondiale.

Conclusioni politiche

Dall’analisi condotta discende una serie di conclusioni di diretto valore pratico, che vanno formulate senza illusioni in nessuna delle due direzioni opposte.

In primo luogo, lo “scadimento” osservabile della classe politica borghese e lo svuotamento dei partiti borghesi e dei sindacati riformisti non sono una degenerazione morale superabile con la comparsa di politici “migliori” o con la rinascita di una “vera” socialdemocrazia nella sua forma postbellica: si tratta di un risultato strutturale del restringimento della stessa funzione di rappresentanza politica sotto l’imperialismo, nello stadio del dominio del capitale finanziario e dopo la sconfitta del movimento operaio rivoluzionario organizzato. Da qui l’insensatezza di qualunque strategia politica che si attenda dalla borghesia il ritorno di nuovi Roosevelt o Adenauer. Le condizioni materiali per questo – l’epoca della ricostruzione postbellica, l’alto saggio di profitto e la possibilità di comprare la pace con i lavoratori salariati mediante vaste concessioni sociali – sono irrimediabilmente esaurite.

Gli attuali Merz e Macron non sono dei Roosevelt degenerati, bensì i più ordinari commessi del capitale, in un ruolo che oggi richiede non saggezza statale nella ricerca di un compromesso di classe, ma semplice diligenza esecutiva verso chi davvero dispone delle finanze del continente da Francoforte (BCE) e Washington (Fed e FMI). La loro funzione si riduce all’amministrazione rigida della crisi: lo smantellamento diretto dei residui di garanzie sociali e lo scaricamento dei costi dell’accumulazione capitalistica stagnante sulle spalle del proletariato.

In secondo luogo, lo svuotamento dei partiti-cartello e la crisi di fiducia delle masse sfruttate nelle istituzioni parlamentari della borghesia rappresentano non una congiuntura automaticamente rivoluzionaria, ma anzitutto una congiuntura aperta, non predeterminata: lo stesso vuoto che un riformismo rinnovato non riesce a colmare viene oggi riempito prevalentemente da demagoghi di tipo autoritario-populista, che risolvono la crisi di potere a favore di una variante più dura, meno mediata, del dominio di classe della borghesia – una dittatura terroristica del capitale sotto maschera “democratica”. Identificare la crisi della forma rappresentativa borghese con l’automatico avvicinarsi di una situazione rivoluzionaria sarebbe una ripetizione dell’errore per cui Lenin criticava il comunismo di sinistra: la situazione rivoluzionaria è determinata non solo dall’incapacità dei vertici di governare come prima, ma anche dalla disponibilità e dall’organizzazione della base, che deve costruirsi autonomamente, e non essere dedotta meccanicamente dalla crisi dell’involucro.

In terzo luogo, da ciò discende direttamente un compito specifico proprio dell’attuale fase: poiché le vecchie istituzioni mediatrici, nella loro forma precedente, sono svuotate dal corso oggettivo dello sviluppo del capitale, e non solo dal tradimento soggettivo delle dirigenze, la ricostruzione di un’organizzazione proletaria indipendente non può consistere nel ripristino meccanico delle forme organizzative prebelliche o postbelliche. Occorre risolvere di nuovo, sulla base dell’analisi concreta dell’attuale configurazione delle forze di classe e delle istituzioni, il compito della costruzione del partito comunista mondiale. Questa necessità storica, per sua stessa natura, non può essere risolta per deduzione dalla teoria generale, ma richiede lo stesso metodo dell’ascesa dall’astratto al concreto, dell’analisi storico-concreta.

In quarto luogo, la funzione ideologica della contrapposizione tra “democrazie” e “autocrazie”: questa dottrina del conflitto globale, oggi ampiamente diffusa, non rappresenta una difesa del potere popolare, bensì una mobilitazione ideologica delle vecchie metropoli imperialistiche di fronte alla crescente concorrenza. Gli appelli alla coesione dei governi liberali e alla difesa delle istituzioni da un’interferenza ideologica esterna sono anzitutto un tentativo del capitale occidentale di mantenere la propria egemonia tecnologica e normativa. Al proletariato mondiale viene imposta una falsa contrapposizione tra l’imperialismo “democratico” dell’Occidente, che scivola verso la dittatura di banche centrali che nessuno ha eletto, il monopolismo partito-statale cinese, l’imperialismo militare e delle materie prime russo e l’oligarchia “teocratica” iraniana – diverse forme nazionali della dittatura del capitale.

La sala con i fiori e il corteo di limousine blindate con cui si è aperto questo saggio non crollerà per la sola constatazione della sua vacuità: crollerà soltanto nel momento in cui il proletariato, sotto la direzione del partito comunista mondiale, spezzerà la macchina statale, in cui la crisi strutturale dell’accumulazione del capitale approfondisce le crepe nel coordinamento tra i leader politici, le istituzioni statali e le frazioni del capitale, spingendo l’umanità nell’abisso di un nuovo conflitto imperialistico mondiale.

Agosto 2026.

Footnotes

  1. - Marx scrive: «La “fatalità storica” di questo movimento [della completa separazione del produttore dai mezzi di produzione] e quindi espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. […] In questo movimento in Occidente si tratta dunque della trasformazione di una forma di proprietà in un’altra forma di proprietà privata. Per i contadini russi si tratterebbe invece di trasformare la loro proprietà comune in proprietà privata» (K. Marx, Lettera a V. I. Zasulič, 8 marzo 1881 // K. Marx e F. Engels, Opere, Vol. 46, p. 81). ↩

  2. - Lenin V. I. Stato e rivoluzione // Opere complete. XXV. Roma: Editori Riuniti, 1967. P. 372. ↩

  3. - Europa dell’inizio del Novecento, epoca in cui le forme di dittatura controrivoluzionaria aperta della borghesia, come il fascismo, il nazismo e lo stalinismo, non erano ancora un’esperienza storica. ↩

  4. - A differenza della scienza politica borghese, il marxismo considera l’autoritarismo e la democrazia soltanto come diverse forme di una medesima dittatura della borghesia. Il governo autoritario rappresenta un passaggio forzato del capitale alla violenza diretta. Un concetto affine, ma più specifico in questo ambito, è il bonapartismo. L’elemento che li accomuna è che entrambi i regimi smantellano il parlamentarismo e si affidano all’apparato militare-poliziesco al fine di salvare la base capitalistica. La differenza risiede nella meccanica di classe: l’autoritarismo classico è lo strumento diretto e palese della frazione dominante del capitale, mentre il bonapartismo sorge nei momenti di temporaneo equilibrio (logoramento) delle classi in lotta. Nel bonapartismo, l’apparato statale acquisisce un’apparente autonomia, destreggiandosi in modo populista tra proletariato e borghesia nel ruolo di “arbitro al di sopra delle classi”. Infine, il marxismo spoglia il termine “autoritarismo” di qualsiasi stigma morale: sulla scia di F. Engels, la rivoluzione viene riconosciuta come l’atto massimamente autoritario di repressione delle classi reazionarie. ↩

  5. - Marx K. Marx a Engels a Manchester, Londra, 2 aprile 1858 // Marx-Engels. Opere complete. XL. Roma: Editori Riuniti, 1973. P. 329. ↩

  6. - Marx K. Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte // Marx-Engels. Opere complete. XI. Roma: Editori Riuniti, 1982. P. 109. ↩

  7. - Il regime di condizionalità del credito (dall’inglese conditionality) è la prassi finanziaria per cui l’erogazione di un prestito, di una nuova tranche o di un aiuto finanziario è rigidamente subordinata al rispetto, da parte del mutuatario, di una serie di requisiti concordati in anticipo. ↩

  8. - Termine che designa lo stadio di degenerazione dei partiti in cui essi si staccano definitivamente dalla propria base sociale di massa, si fondono con l’apparato statale e si trasformano in cartelli chiusi per la monopolizzazione dell’accesso al potere e ai finanziamenti di bilancio. Lo introduciamo per analogia con il termine “partito cartello” (vedi più avanti). ↩

  9. - Già dopo la stesura di questo articolo, il 6 settembre 2026, l’AfD ha ottenuto in Sassonia-Anhalt il 43,8 % dei voti – il suo miglior risultato in un’elezione regionale e il dato più alto di qualsiasi partito in quel Land dalla riunificazione tedesca. La CDU, con il 17,2 %, ha segnato un minimo storico. SPD e Verdi hanno ottenuto rispettivamente il 9,3 % e l’8,9 %, la Linke l’8,6 % – il suo peggior risultato in questo Land, l’FDP non ha superato la soglia del 5 %, e l’Alleanza Sahra Wagenknecht è entrata nel Landtag con il 5,3 %. L’affluenza ha raggiunto il record del 77,8 % (nel 2021 la CDU aveva ottenuto il 37,1 %, l’AfD il 20,8 %, la Linke l’11 %). Il 20 settembre, nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, l’AfD ha vinto le elezioni con il 38,2 % contro il 35,5 % della SPD; la Linke ha ottenuto il 6,5 %, i Verdi il 5,7 %, mentre CDU (4,9 %) e Alleanza Sahra Wagenknecht (4,8 %) non sono entrati nel Landtag. Per confronto, nel 2021 l’AfD aveva ottenuto il 16,7 %, la SPD il 39,6 %, la Linke il 9,9 %, la CDU il 13,3 %. ↩

  10. - Il campismo è un orientamento politico secondo cui gli eventi e i conflitti mondiali non vengono considerati dal punto di vista degli interessi di classe del proletariato e dell’internazionalismo, bensì attraverso il prisma dello scontro tra “campi” imperialisti – ad esempio, l’imperialismo USA/NATO contro il campo “antimperialista” (Russia, Cina, Iran e i loro alleati). Il campismo richiede alle forze “progressiste” di sostenere un campo come “male minore” o come forza oggettivamente “progressista” contro l’altro. ↩

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